Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5  

     


CUBA
NuestrA America
ESTERI
SPORT
CULTURA


 

COMUNICATE
CON I
CINQUE EROI


RIFLESSIONI   FIDEL
- Il dovere d’evitare
una guerra in Corea


Cuba contro
il Blocco

Intriduzione
Capitolo-1 / Capitolo-2
Capitolo-3 / Capitolo-4
Capitolo-3-2 /Capitolo-3-3
Capitolo-3-4



         Capitolo
1 | 2 | 3 |
4 | 5 | 6
7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12
13 | 14 |
15 | 16 | 17
1819 | 20 | 21 | 22

23 | 24 | 25

- PAROLE DI FIDEL 
 

SPECIALI IE GI
-
Conversazioni con
Fidel Castro: I pericoli
di una Guerra Nucleare


• 
Fino alla
   Vittoria Sempre

Sito Web di Ernesto CHE Guevara
di una Guerra Nucleare

A giro di Posta
avuelta@granmai.cip.cu

 

 

La  storia  di  una  gesta  liberatrice  1952-1958

   

Un prologo che è un nuovo capitolo...

Scrive Fidel:
“Camacho: lui era uguale a tanti altri giovani di qualsiasi parte del paese, già stanchi di sopportare povertà, disoccupazione, sfruttamento e ingiustizia, che contrastavano con la vita privilegiata di una minoranza associata ai proprietari stranieri. Chi non intendeva questo, non intendeva assolutamente niente”.

E Fidel guidò la ribellione di quei giovani valorosi patrioti...

Georgina Leyva è stata combattente dell’Esercito Ribelle, fondatrice del Fronte Guerrigliero Camagüey e del Partito Comunista di Cuba, ha ricevuto molte importanti decorazioni nazionali ed è stata membro del Comitato Centrale del PCC dal 1981 al 1986. Ha svolto incarichi come diplomatica ed ha partecipato a incontri internazionali e nazionali e attualmente è la principale consulente dell’ Ufficio per lo Sviluppo Integrale della Penisola di Guanahacabibes. •

Il Comandante Julio Camacho Aguilera 

Il compagno di Georgina Leyva, di tutta la vita, è il comandante  Julio Camacho Aguilera, combattente rivoluzionario e politico cubano che lottò contro la dittatura di Fulgencio Batista e fu a capo di un gruppo guerrigliero nelle montagne di Guantánamo, per poi passare alla clandestinità.

Fu uno dei dirigenti principali del fallito sollevamento del 5 Settembre. Entrò nell Esercito Ribelle.

 Dopo la morte di Frank País in Santiago, René Ramos Latour che lo sostituva, firmò la sua nomina come Comandante delle Milizie del 26 di Luglio, nell’agosto del 1957, soggetta poi all’approvazione di Fidel.

Esteban Ventura Novo lo catturò il 18 novembre del 1957 durante una riunione nel reparto avanero di Buenavista (a Playa), con i combattenti clandestini di Pinar del Río  Fu selvaggiamente torturato e perse la locomozione per un certo tempo.

Gli ruppero cinque costole, ma non gli strapparono nemmeno un nome.

Per  ingannare i boia menzionò solo nomi di morti, di disertori e di alcuni che erano già sulla Sierra Maestra.

Dopo il trionfo della Rivoluzione fu nominato Ministro Incaricato della Corporazione Nazionale del Trasporto e, tra gli altri incarichi, fu eletto membro del Comitato Centrale nel VI Congresso del Partito.

Oggi è direttore dell’Ufficio per lo Sviluppo Integrale della Penisola di Guanahacabibes.

Il prologo di “La storia...” aiuta comprendere quella congiuntura storica

Il prologo di Fidel Castro arricchisce il libro di Georgina Leyva Pagán “Storia di una gesta liberatrice 1952-1958”, nella sua seconda edizione, un’opera che offre ai lettori dati e testimonianze sulle azioni dei combattenti del Movimento Rivoluzionario 26 di Luglio, che iniziarono la lotta ribelle a Guantanamo. 

Un’importante lettera scritta a mano da Fidel e inviata  al comandante nemico Raul Corzo Izaguirre, il 10 settembre del 1958, riportata integralmente, aiuta a comprendere quella congiuntura storica che portò in tre mesi all’assoluta vittoria della Rivoluzione.      

“All’alba del 26 di luglio del 1953, quando decidemmo di assaltare la fortezza della Moncada e la caserma  Carlos Manuel de Céspedes a Bayamo —16 mesi dopo il colpo di Stato che portò Batista al potere per la seconda volta, il 10 marzo del 1952, prima di una delle votazioni per la presidenza in cui le sue possibilità di vittoria erano ridotte a zero - io non avevo la più assoluta notizia dell’esistenza di Camacho: lui era uguale a tanti altri giovani di qualsiasi parte del paese, già stanchi di sopportare povertà, disoccupazione, sfruttamento e ingiustizia, che contrastavano con la vita privilegiata di una minoranza associata ai proprietari stranieri. (...)

Camacho e Gina, forse sino al 26 di luglio del 1953, non avevano mai nemmeno sentito parlare di me; uno studente che concludeva  suoi studi nella Facoltà di Diritto e otteneva anche la laurea in Scienze Politiche e Diplomatiche della nostra scuola. I miei voti erano stati soddisfacenti e io dovevo anche mantenermi.

Ma quando circolarono le notizie che si diffusero rapidamente su quel 26 di luglio del 1953, Camacho fece tutto il possibile per comunicare con me, offrendomi le sue conoscenze sulle lotte contadine nel  “Realengo 18”, sul quale Pablo de la Torriente Brau aveva scritto un brillante resoconto prima di andare in Spagna a combattere contro il colpo a tradimento di Francisco Franco...

Fidel Castro Ruz: Il prologo che mi hanno chiesto

Dal libro di Georgina Leyva Pagán: “Storia di una gesta liberatrice”. 
Fidel Castro Ruz

L’abitudine di adempiere gli impegni mi ha fatto ricordare che avevo promesso a Julio Camacho Aguilera, vecchio e sperimentato combattente, di scrivere un prologo al libro elaborato da sua moglie Georgina Leyva Pagán “La storia di una gesta liberatrice 1952 -1958”, del quale è stata stampata una nuova edizione per la Fiera del Libro di febbraio 2014, in coincidenza con il 90ª anniversario della sua nascita, nel mese di marzo di qust’anno.

Gina è una donna coraggiosa e piena di dedizione.

La cosa peggiore è che non potevo dire che nel 55º anniversario del trionfo della Rivoluzione io sarei stato saturo di lavoro, perchè realmente sia Julio che Gina mi avevano chiesto  il prologo da molti mesi.

Quando ho detto loro che erano passati più di 60 anni dal quel 26 di luglio del 1953, mi hanno inviato una copia stampata nel 2009, cioè 56 anni dopo,

Così non c’è stato altro da fare che raccontare quello che ricordo, con totale lealtà.

Nel libro si mostra che eravamo un popolo pacifico, che viveva in equilibrio con la natura, intercambiando armoniosamente con lei. Si superava appena il numero di centoventimila abitanti.

L’astuto navigante europeo che “ci ha scoperto” credeva realmente d’aver raggiunto  l’India. Nessuno sa quando prese coscienza del suo errore. Anche se aveva ragione  con la sua teoria sulla sfericità della Terra non è difficile provare, data la rotta che seguiva, che non sarebbe mai giunto in India, ma in Cina, dove già a quei tempi conoscevano la polvere, la bussola, i metalli duri, e disponevano di eserciti con migliaia di soldati di cavalleria, alimenti abbondanti, spezie e ricchezze che l’Europa ignorava. 

Senza dubbio, Colombo e i suoi marinai avrebbero ricevuto un’accoglienza squisita in Cina. I loro velieri incrociavano il nord di Cuba, non lontano dall’attuale territorio yankee, quando gli indigeni parlarono di un’isola più grande situata a sud.

Girando verso sud-ovest, giunsero nella nostra isola, (Colombo)ne prende possesso e poco dopo afferma che “è la terra più bella che mai occhi umani videro”.

Ma che cos’ha a che vedere questo con  Camacho Aguilera, si domanderanno alcuni. Molto!

La prima azione rivoluzionaria di  questi avviene a Guantánamo, dove gli yankee hanno una grande base navale, occupata con la forza, quattrocentodieci anni più tardi, una delle zone più importanti per lo sviluppo marittimo del nostro paese e che, nella tappa attuale costituisce un centro de tortura dove sono vessati cittadini di molte nazionalità del mondo.

Va visto quello che pubblicano le agenzie d’informazione più lette del modo. In queste si possono apprezzare i gravissimi pericoli che minacciano la sopravvivenza del genere umano. Ci sono giorni che parlano appena di altri temi.

Quando nella mia modesta lotta, come quella di tanti altri giovani cubani, presi coscienza della necessità di un cambio radicale nel nostro paese, eravamo già 50 volte tante le persone che vivevano nella nostra Isola, parlavamo la stessa lingua ed eravamo capaci di provare sentimenti simili, anche se la maggioranza non sapeva nè leggere nè scrivere.

All’alba del 26 di luglio del 1953, quando decidemmo di assaltare la fortezza della Moncada e la caserma  Carlos Manuel de Céspedes a Bayamo —16 mesi dopo il colpo di Stato che portò Batista al potere per la seconda volta, il 10 marzo del 1952, prima di una delle votazioni per la presidenza in cui le sue possibilità di vittoria erano ridotte a zero - io non avevo la più assoluta notizia dell’esistenza di Camacho: lui era uguale a tanti altri giovani di qualsiasi parte del paese, già stanchi di sopportare povertà, disoccupazione, sfruttamento e ingiustizia, che contrastavano con la vita privilegiata di una minoranza associata ai proprietari stranieri.

Pablo de la Torriente BrauChi non intendeva questo, non intendeva assolutamente niente. Io, per mio conto, avevo reclutato già più di un migliaio di giovani militanti del Partito Ortodosso, che odiavano gli abusi e gli orrori del regime militare di Batista, che dopo il Colpo dei Sergenti del 4 settembre del 1933 usurpò, come sergente stenografo dello Stato Maggiore la ribellione dei soldati che incolpavano gli ufficiali dei crimini del “machadado”.

Gerardo Machado, vecchio e quasi sconosciuto ufficiale dell’Esercito di Liberazione, si trasformò  in virtù dei maneggi interventisti e dei costumi degli yankee, nel presidente del paese, dove impose un regime sanguinario.

Camacho e Gina, forse sino al 26 di luglio del 1953, non avevano mai nemmeno sentito parlare di me; uno studente che concludeva  suoi studi nella Facoltà di Diritto e otteneva anche la laurea in Scienze Politiche e Diplomatiche della nostra scuola.

I miei voti erano stati soddisfacenti e io dovevo anche mantenermi. Ma quando circolarono le notizie che si diffusero rapidamente su quel 26 di luglio del 1953, Camacho fece tutto il possibile per comunicare con me, offrendomi le sue conoscenze sulle lotte contadine nel  “Realengo 18”, sul quale Pablo de la Torriente Brau aveva scritto un brillante resoconto prima di andare in Spagna a combattere contro il colpo a tradimento di Francisco Franco, il più fedele servitore della Germania nazista quando scoppiò la guerra genocida e criminale contro la URSS, il primo stato multinazionale e socialista del mondo.

Pablo de la Torriente Brau morì in una trincea di prima linea in difesa di uno dei fronti della Repubblica Spagnola, dove più di mille compatrioti cubani, si afferma, parteciparono a quella guerra.

Io avevo letto vari dei suoi scritti che aiutarono a forgiare una coscienza politica.

Quanto mi sarebbe stato utile parlare con un uomo come Pablo de la Torriente, dal cui libro sulle lotte nel “Realengo 18”, ubicato nella regione di Guantánamo, estrassi conoscenze tanto utili!

Nessuno crederebbe che Camacho divenne un problema addizionale. Lo si creda o no, è una storia lunga e forse senza questa, quello che scrivo perderebbe il senso.

Quando il Granma giunse a Cuba con 82 uomini a bordo, dove potevano viaggiare con una certa comodità 12 viaggiatori, aveva due giorni di ritardo sul previsto per via dei  “fronti freddi del nord” tempestosi dell’epoca e, a 10 – 12 miglia dalla costa, per via dei cannoni della tirannia.

Un combattente nostro era caduto in acqua mentre era di guardia. Nessuno sa se per caso o per stanchezza, e ci costò più di due ore il suo salvataggio. Questi era tra quelli che si occupavano della rotta dell’imbarcazione.

Il navigatore principale era uno degli ufficiali di marina con il grado di Comandante, mandato via da Batista, che si era offerto di accompagnarci con molto piacere. 

Il problema è che in quel momento critico dello sbarco si dimenticò dei fari che indicavano la rotta esatta dell’entrata in quella zona piena di rischi, nelle prossimità del faro situato nell’estremo a sud-ovest della vecchia provincia d’Oriente.

Il Granma aveva già fatto tre giri e l’ex militare stava iniziandone un quarto mentre albeggiava e cominciava a sorgere il sole.

Gli dissi con evidente irritazione: “Tu sei sicuro che questa è la costa di Cuba?”, ma per infastidire, perchè era evidente che era il nostro paese.

“Infilati a tutta velocità verso quel punto sino a penetrare con la prua sulla riva”.

Fatto questo, un vecchio compagno, René Rodríguez Cruz, piccolo e magro e senza incarichi di sorta, scese a prua.  Dietro a lui, fiducioso, scendo io con il fucile in mano, il cinturone piena alla cintura e uno zaino sulla schiena che pesava 30 chili e includeva una pistola mitragliatrice con molte pallottole ed altre cose essenziali, ma mentre io mi muovevo, le gambe mi affondavano, sino a che fui sul punto d’affogare. Riuscii ad uscire aiutato da altri compagni, con il cinturone, la borraccia, la dotazione corrispondente e cominciai a camminare.

Raúl rimase sulla nave sino a quando scese l’ultima arma che portavamo come scorta, e quindi cominciammo immediatamente a marciare. Tardammo due ore a superare quel pantano. L’incredibile è che stavamo a pochi metri da un molo perfettamente visibile, se l’imbarcazione avesse seguito il percorso corretto.

Un altro serio inconveniente fu che quando era avvenuto il sollevamento di Santiago, due giorni prima, i compagni di quell’eroica città non avevano rispettato lo stretto ordine di accertarsi del nostro arrivo sulla costa, prima di convocare il sollevamento, com’era stato accordato e ribadito ad una sola persona.

Batista, che aveva le sue forze principali di aria, mare e terra a L’Avana, dispose così di 48 ore di tempo per trasferire le sue truppe migliori alla provincia d’Oriente e la sua aviazione da combattimento all’aeroporto di Camagüey, da dove in 20 minuti giungeva nel territorio delle operazioni.

Esplorammo la zona più vicina al luogo in cui eravamo arrivati e non si erano ancora riuniti tutti i compagni della spedizione che già gli aerei nemici volavano radenti alla nostra ricerca. Il giorno dopo, mentre marciavamo verso est, osservai bene l’area che era piana per una decina di chilometri, di proprietà di importati proprietari di  zuccherifici dell’alta borghesia, con le canne a diversi stadi di maturazione, che aspettavano la prossima produzione, che doveva cominciare in febbraio.

La zona coltivabile era limitata da un’ampia striscia di terra rocciosa coperta da un bosco fitto, dove non si poteva seminare alcun tipo di alimento,

Precedentemente i nostri uomini si erano riuniti e contavamo su più di 50 fucili con un mirino telescopico preciso.

Le truppe scelte inviate direttamente nella regione dello sbarco, come prima cosa occuparono la linea Niquero-Pilón con vari battaglioni, per impedire il nostro accesso alla zona occidentale della Sierra Maestra, lungo la costa sud della provincia d’Oriente.  Nonostante questo, la caserma di Niquero era di legno e non avrebbe resistito all’attacco di 82 tiratori, se fossimo sbarcati al molo che ho citato.

Ritardammo tre giorni per giungere ad  Alegría de Pío, dopo che ci eravamo raggruppati. Dopo il rigore delle marce in terreni pantanosi, dopo un lungo viaggio, la forte tensione, gli alimenti scarsi, evitando gli spazi in cui l’aviazione avrebbe potuto scoprirci ed attaccarci,  giungemmo ad un punto in cui sistemai gli 82 combattenti. Alcuni compagni erano così provati che immaginai che non potevano riposare su quel terreno roccioso, e decidemmo di ubicare la truppa in un piccolo bosco a 100 metri circa, prima di giungere a quel punto.

Se fossimo restati nel luogo scelto la notte precedente, avremmo preso a fucilate l’unità militare che ci seguiva, ma era notte e il nemico non si muoveva in quelle ore, per cui diedi le istruzioni di far accampare il distaccamento a pochi metri da quel luogo, nel piccolo bosco di terra coltivabile, circondato dalle canne da zucchero.

Il giorno dopo non fu ispezionata la corretta ubicazione della nostra forza e la retroguardia  non si trovava alla distanza corretta dal resto del personale, che continuava a riposare.  

I nostri uomini cominciavano a sottovalutare un avversario troppo cauto. Molti dormivano placidamente. Mancavano a tutti le conoscenze più elementari di un sergente di plotone.

Poco prima di mezzogiorno cominciò il gioco aereo del comando nemico.

Alcuni aerei da combattimento ci passarono sopra a 500 metri circa, ma senza sparare. Mentre giungeva la sera, cominciarono a volare più bassi e aumentava il numero dei voli. Era già questione d’aspettare ancora un’ora per  dirigerci verso il bosco roccioso.

Non avevamo armi antiaree e in quelle circostanze era più corretto introdurci nel bosco prima che il nemico cominciasse l’attacco. Ma già non c’era tempo e il nemico attaccò per aria e per terra, così rapidamente che quelli che ci seguivano si scontrarono con la nostra retroguardia, provocando una grande dispersione.

Io, che ero disteso con il fucile in mano e con il cinturone con tutte le pallottole, mi muovo di 15 metri circa quando inizia il mitragliamento per aria e per terra, e vado verso il campo di canne a sinistra della direzione presa; mi fermo puntando davanti a me, ma nessun soldato nemico giunge da quella direzione. Alcuni compagni passavano rapidamente al mio fianco senza fermarsi. Ne riconosco uno che portava un fucile e diverse pallottole nelle tasche e che si ferma lì con me.

Poco dopo arriva Faustino Pérez, che non ha armi, ma porta notizie sul Che, che aveva assistito come medico un compagno ferito a morte e che poi si era riunito con Almeida.

La dispersione era totale.   

Quando non spararono più dal campo di canne, ci spostammo al bosco che era, come ho detto, a 100 metri circa. Avevo visto sparire improvvisamente il lavoro di anni,

Restava con me un uomo con un fucile, senza cinturone e con varie pallottole.

Avevo la speranza di esplorare il bosco dove supponevo che avrei potuto incontrare un numero di compagni ben armati e di buona tempra, disposti a continuare la lotta. Non dissi una parola e mi misi a dormire nella paglia delle canne. Ma ben presto feci un’amarissima esperienza.

Spiego a Faustino, che era capitano come al capo di un’organizzazione alleata, l’idea di esplorare il bosco, io e lui, che non aveva nemmeno il fucile, e lui mi risponde tranquillamente: “No! Io penso che dobbiamo continuare  da questa parte dove ci sono le canne”. In quell’istante io mi indignai tanto profondamente che quasi non potevo emettere una parola.  Lui proveniva dal  Movimento Nazionale Rivoluzionario del professor Bárcenas. Percepii quasi istintivamente l’enorme forza dello “spirito piccolo borghese”,  che in generale era allergico al marxismo, al leninismo e al socialismo.

Anche se non lo dicevano a voce alta, le loro azioni precedenti e successive lo dimostrarono a tono con la mentalità che gli yankee avevano diffuso per il mondo, dopo il trionfo della Rivoluzione d’Ottobre in Russia, che comunque non impediva alla piccola borghesia d’opporsi al brutale colpo di Stato, che era condannato dal popolo.

Mi spiace dirlo, perchè Faustino era un uomo coraggioso che era felice combattendo nella clandestinità. Quanto ho imparato inghiottendo d’un colpo quella realtà!

Quando si creò il movimento di Pace Estenssoro in Bolivia, dopo la sconfitta dell’esercito boliviano provocata dai minatori con esplosivi, e noi eravamo reclusi per i fatti della Moncada, Faustino era diventato un “barcenista”, parola derivata dal cognome di un professore dell’Università, persona realmente sana, che aveva informato il professor Agramonte, candidato sostituto di Eduardo Chibás nelle elezioni presidenziali del 1942, che Batista realmente non stava cospirando, perchè tutto marciava bene tra i sergenti secondo le sue notizie, ma disgraziatamente non aveva considerato che quella volta la cospirazione era con i capitani e non con i sergenti.

Scrivere la verità sarà sempre un amaro compito.

In quello stesso giorno, poche ore dopo l’azione nemica in Alegria de Pío, pieno d’indignazione, feci quello che non dovevo, mentre gli aerei bombardavano e mitragliavano il bosco, le cui rocce a volte tagliavano da sole le scarpe dei camminanti come coltelli affilati. Dopo una camminata di forse un’ora e mezza, percepimmo un aereo civile per venti o trenta passeggeri che girava attorno a noi che marciavamo a 600 metri dall’apparecchio, tra le canne seminate di recente.

Anni dopo, io che mi ricordavo l’amara esperienza, decisi d’osservare da un aereo come quello e a quella distanza: credetemi se affermo che si vedevano anche le galline e i pulcini nelle vicinanze delle case più vicine.

Quella volta, 15 o 20 minuti dopo ci avvicinammo ad un punto situato a circa 25 metri, ma in quel caso era un campo di canne alte almeno tre metri e vigorose, tra due isolotti di marabù, una pianta leguminosa spinosa e dura, difficile da sradicare.

Stavolta un piccolo aereo d’esplorazione girava attorno a noi e in pochi secondi apparvero diversi aerei da combattimento di fattura yankee, con quattro mitragliatrici calibro 50 in ogni ala. Tre volte la squadriglia passò sopra di noi quando, dopo aver superato il marabù, eravamo a pochi metri dalle canne.

In ogni occasione io chiamavo gli altri due compagni per sapere se erano vivi o morti. Dopo il bombardamento, un aereo leggero girava costantemente attorno alle canne dove eravamo nascosti, a pochi metri dalla riva  impedendoci di muoverci. Un sonno terribile mi invase in pochi minuti e fu allora che mi collocai la punta della canna del fucile sotto il mento e mi addormentai profondamente. Non potevo dimenticare che dopo la Moncada la pattuglia di Sarria mi aveva svegliato con la punta dei loro fucili. Avrei dovuto sopportare due volte la stessa scena? Avevo già conosciuto quell’esperienza, quando avevo solamente 26 anni.

Comunque a quest’ora non mi spiego ancora perchè lasciarono quel piccolo aereo a vigilarci e perchè i loro soldati assetati di sangue non registrarono il luogo, nonostante le numerose forze di cui disponevano.

Quando penetrò nel bosco roccioso, Raúl, che era anche capitano, incontrò non pochi  compagni ribelli armati, tra i quali reclutò cinque altri combattenti, aumentando a 7 le armi, con le 2 che avevo io, il giorno che ci incontrammo a Cinque Palmas.

Tra gli altri della spedizione del Granma c’erano eccellenti combattenti, ma non erano riusciti a convincere altri contadini di pensiero pacifico, che per questioni di coscienza non potevano accompagnare combattenti armati, e in quei casi avevano preso la decisione di nascondere i fucili, per ricercarli dopo. In quelle circostanze giunsero senza armi dove stavo io; il nemico se ne era impadronito.

L’avversario, dando per liquidata la nostra forza, si dedicò alla ricerca dei nostri resti in ogni  punto della zona di combattimento.

Sierra Maestra è il nome dell’area occidentale di quella lunga cordigliera che si estende a sud dell’allora provincia d’Oriente, con alture di circa mille metri, elevazioni di quasi millecinquecento e il Pico Turquino, di circa millenovecento metri. Diverse tra queste cime divennero scenari di imboscate e duri combattimenti tra le truppe della tirannia e i giovani patrioti. 

Ma non era una questione di armi e risorse: era una battaglia di idee.

In quel pericoloso processo, un pomeriggio in cui il Che sofferse un forte attacco di asma, che ci obbligò a nasconderlo con la maggiore sicurezza possibile e a proseguire la marcia, arrivammo a un punto, circa a mezzogiorno, dov’era abituale ascoltare le notizie con una radio a batterie che utilizzavano comunemente i contadini.

Quel giorno il generale Tabernilla, vecchio complice di Batista e Capo del suo Esercito, parlò per radio dopo la visita di Matthews, un brillante e capace giornalista del New York Times, che aveva fatto il reporter dalla Spagna con le notizie sulla guerra civile.

Il grottesco messaggio del criminale capo dell’esercito di Batista affermava: “Ne restano dodici e non hanno  altra alternativa che arrendersi o scappare, se ci riescono... si deve battere il ferro fino quando è caldo”! Si era affezionato a questa frase.

In quel momento guardai i miei compagni, ed eravamo 12 della spedizione del Granma, nè uno di più, nè uno di meno.  Il cinico generale, che nonostante il suo grado non visitò mai le sue truppe sulla Sierra Maestra aveva detto azzardando la cifra esatta. 

In quel momento esclamai con forza: “Non cercheremo mai di scappare e nessuno si arrenderà, mai!

Nel gruppo c’erano Raúl e Camilo.

Si comprenderà che non possiamo dimenticare che fu un privilegio e non un merito aver vissuto quell’esperienza e che penetrarla costituiva un arduo impegno.

Tutti abbiamo sempre una sete insaziabile di comprendere il senso della vita e di come saranno i tempi a venire.

Gina, nel suo libro, mi ha aiutato a ricordare e a comprendere con più precisione il pensiero che mi stimolava in quegli anni intensi che ho vissuto, anche se sono cosciente che più un prologo, sto scrivendo un capitolo de  “La storia di una gesta liberatrice,1952-1958”.

Quella dura guerra durò due anni e 29 giorni.

Fu la nostra scuola di base. L’esperienza, l’azzardo e l’intensità dei nostri sentimenti ci condussero al trionfo.

Quella guerra fu la scuola in cui imparammo a combattere con efficienza.

Nell’ultima Offensiva Strategica le nostre forze non sommavano ancora 300 uomini con fucili da guerra, contro i quali la tirannia aveva lanciato 14 battaglioni di fanteria di terra, veicoli blindati, obici, mortai da 82 millimetri, bazooka, numerosi aerei, caccia e bombardieri B-26.

Le truppe nemiche soffersero più di mille perdite, tra morti,  feriti e prigionieri.

Le nostre truppe s’incrementarono sino a contare più di mille combattenti armati, solo nel Fronte Numero 1 della Sierra Maestra. Sono passati più di 56 anni dai primi combattimenti. Uno a uno avevo conosciuto i nomi dei compagni che dalla Moncada e dal Granma erano morti, e di molti altri che sopravvissero. 

Il comandante Raúl Corzo Izaguirre era uno dei cinque capi che, con la direzione del generale Eulogio Cantillo, diresse l’ultima offensiva sferrata dall’esercito di Batista contro le forze ribelli che difendevano la zona occidentale della Sierra Maestra e la stazione radio del comando rivoluzionario, che non alterò mai un solo dato, perchè era il veicolo d’informazione di tutto il paese, norma applicata dalla totalità delle emittenti delle nostre colonne senza eccezione alcuna.

Alcuni importante capi delle truppe avversarie avevano sofferto elevate perdite in dipendenza delle missioni assegnate loro. 

Il più importante tra loro era Sánchez Mosquera, che comandava i paracadutisti, inizialmente con il grado di Primo Tenente.  In quell’occasione l’esperto ufficiale – dopo la nostra prima battaglia vittoriosa a la Plata -, precedeva un centinaio di soldati di un battaglione, con la missione di scontrarsi per primi contro di noi. Per quella ragione diversi dei suoi paracadutisti morirono per gli spari precisi dei nostri tiratori, e incrementammo cosi le nostre armi da guerra.

La mia lettera, indirizzata a Corzo (comandante Raúl Corzo Izaguirre) il 10 settembre del 1958, scritta a mano ma intelligibile, è stata già pubblicata nel libro di Gina.

 Non mi resta altra alternativa che includerla  testualmente se realmente può aiutare a comprendere quella congiuntura storica:

10 Settembre del 1958, Sierra Maestra.

Stimato signore:

Sono stato informato dettagliatamente su ognuna delle sue parole. Credo di poter ricavare un giudizio abbastanza esatto del suo pensiero.

Mi piace la sua franchezza.

Parla soprattutto con autostima, e non si è  lasciato intontire dalla propaganda interessata  a trasformare in uno strumento facile qualsiasi uomo vanitoso e senza carattere.  Volevano sostituirla con il primo del suo corso, che ha, Lei lo sa bene, ottenuto la sua fama con molta ignominia e l’ha persa senza molto valore.

Quello che Lei dice del vero eroe è nobile e giusto da parte sua. Chi lo può sapere meglio di Lei o di noi? 

Anch’io lo apprezzo molto sinceramente, per la dignità con cui ha combattuto e l’affetto che ha saputo conquistare tra i suoi uomini, e questo dice molto di un ufficiale, anche se la fortuna gli è stata avversa, e forse per questo, a maggior ragione, obbliga la nostra cavalleria.

Che dolore pensare nelle intenzioni di Capi tanto ignobili e molto meno considerati con il  compagno che hanno sacrificato vergognosamente che con i propri avversari! 

Se Lei si fosse visto in una situazione simile, avrebbe trasformato in infamia gli ipocriti onori che gli hanno reso.

Lo abbiamo fatto prigioniero pensando precisamente che ne volevano fare la vittima di qualche canagliata. Già furono aabbastanza gli errori e le incapacità del comando.

Un giorno si scriverà la verità su tutto questo.

Quello che è successo a Lei, inoltre, ha aiutato a farli preoccupare di più per Lei. Anche lui ha un alto concetto di Lei, che mi ha espresso in varie occasioni.      

Anche se quello che Lei ha proposto come una buona soluzione (quella del Signor  C. M. S.) è una cosa inaccettabile in assoluto per noi, mi rivela che Lei agisce con sincerità e non la muovono ambizioni che potrebbero stare alla portata delle sue mani, ed è vero quello che Lei afferma, d’essere l’unico che conta qualcosa in questo istante.

La maggior parte dei suoi compagni che ostentano il comando sono stati tanto indolenti che non si sono nemmeno preoccupati dell’ affetto dei loro soldati, e sembra vero che Lei è molto più deciso. 

Questo, a parte il fatto che è un apprezzamento personale,  è quello che dicono di Lei  quelli che la conoscono e che aggiungono anche che Lei è un uomo testardo. Cosa che può essere una virtù in determinate circostanze.

La mia poca fede nella maggior parte dei militari cubani si basa sull’indecisione che li caratterizza e sulla forma ingloriosa con cui si allontanano dall’ufficialità.

Devo fare un’eccezione molto giusta con il Capitano Ch. Anche se è stato troppo sprovveduto. Poi hanno cercato di coprire il suo nome d’infamia con la tattica ripugnate e odiosa di quelli che non rispettano alcun sentimento.

Il ruolo dell’ufficialità dell’Esercito non poteva essere più triste.

Non mi riferisco alle scampanate che rintoccano solo come conseguenze logiche per difendere tanta funesta e impopolare causa.

Nessun esercito con tradizioni, maturità e coscienza del suo destino si sarebbe fatto trascinare in una situazione simile, mantenendo l’ascendente sulla truppa e il discredito nei quadri degli ufficiali che si sanno senza influenza con i soldati. Una Dittatura si poteva mantenere infinitamente, sino a che non si fosse vista nella necessità di sferrare una guerra: perchè per sferrare una guerra ci vuole più di uno strumento d’oppressione. L’ufficialità non si è preoccupata di arrestare questa politica, mentre con assenza totale di spirito di corpo, vedeva cadere uno dopo l’altro i suoi migliori valori.    

Lei in un certo senso ci può ringraziare per l’opportunità d’avere fatto qualcosa in questo senso, perchè è la guerra, condividendo rischi, privazioni e sforzi, l’ambiente idoneo per quello. Lei è stato più intuitivo di altri

Scrivendole queste righe, nè con molta, nè con poca speranza che saranno utili in qualche modo, desidero puntualizzare alcune idee e concetti.

Noi siamo convinti d’avere la ragione in questa guerra.

Personalmente non lotto per nessuna aspirazione. Questo è quasi ovvio dirlo. 

Inoltre ho una pessima opinione degli uomini vanitosi e penso come Martí che “tutta la gloria del mondo entra in un chicco di mais”.

Ho vissuto in questa lotta momenti molto difficili senza perdere la fede, e momenti di trionfo senza perdere la testa, da quando ci vedemmo solamente in dodici pronti alla lotta, e potevamo resistere solamente  ad un plotone e sino a quando siamo stati sufficienti per respingere uno dopo l’altro i migliori battaglioni dell’esercito.

In ogni tappa di questa lotta ho cercato d’avere un’idea molto precisa della nostra situazione e della situazione degli interessi che combattiamo.

Soluzioni che per noi potevano essere un trionfo un anno fa o più, oggi non possono soddisfare nessuno perchè gli uomini non muoiono invano.

Siamo giunti alla guerra perchè furono negate alla nazione una parte del sue esigenze, ed oggi non si può giungere alla pace se non si accede a tutte.

Non hanno voluto lasciarci in pace quando la sorte ci era contraria. 

Tabernilla ha detto: “ Sono restati in dodici e non gli resta altra alternativa che arrendersi o scappare, se ci riescono...”.

Non si può aspettare da noi la minor disposizione a lasciare loro in pace quando tutte le circostanze ci sono favorevoli.

Quando lo sciopero è fallito non si è pensato di offrire al paese una pace onorevole, ma sono state lanciate contro di noi tutte le forze per sterminarci. L’offensiva è terminata in un disastro e quelli che propugnavano quella brutta e implacabile politica, si devono preparare a raccogliere i suoi amari frutti.

Perchè dovremmo dare la minima considerazione al Regime che l’ha propiziata, e ai capi militari che l’hanno sostenuta? Lei crede che si può ridare la vita a centinaia di contadini assassinati senza ragione, rettifica o scuse possibili?

La Rivoluzione, che è un proposito rinnovatore, un’aspirazione di giustizia nei popoli, poteva essere schiacciata due anni fa, se ci fossero stati un poco di previsione, d’intelligenza e di senso storico in Batista. 

Continua
 

STAMPARE QUESTO MATERIALE


Direttore Generale: Pelayo Terry Cuervo / Direttore Editoriale: Gustavo Becerra Estorino
Granma Internacional Digital: http://www.granma.cu/
E-mail informacion@granmai.cip.cu

Spagnolo | Inglese | Francese | Portoghese | Tedesco
© Copyright. 1996-2013. Tutti i Diritti Riservati. Granma Internazionale / Digitale. Repubblica di Cuba

Subir