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La  storia  di  una  gesta  liberatrice  1952-1958

   

Un prologo che è un nuovo capitolo...

Scrive Fidel:
“Camacho: lui era uguale a tanti altri giovani di qualsiasi parte del paese, già stanchi di sopportare povertà, disoccupazione, sfruttamento e ingiustizia, che contrastavano con la vita privilegiata di una minoranza associata ai proprietari stranieri. Chi non intendeva questo, non intendeva assolutamente niente”

Lui avrebbe potuto cedere tutto, anche il suo incarico, dato che lo aveva già sfruttato per 5 anni, con tutte le sue entrate e i succulenti benefici in cambio di un solo impegno: l’intangibilità dei quadri dell’Esercito.

Nessuno si poteva opporre a quella soluzione e avrebbe conservato tutta la sua influenza politica e militare nel paese; non sarebbe stato possibile chiedergli di rendere conto di tutti gli imbrogli passati e presenti; con lui si sarebbe salvata anche la sua stessa banda, perchè i popoli, nel loro affanno di pace, sono capaci di perdonare molte cose.

Quelli che desideriamo cambiamenti più profondi nella nostra vita pubblica, ci saremmo visti messi in un angolo, e ci saremmo dovuti rassegnare al marciume della politica tradizionale, con la tristezza infinita di vedere impuniti tanti crimini, in attesa di un’altra opportunità.

Forse saremmo diventati vecchi.

Oggi è il rovescio in assoluto. L’Esercito vede in pericolo la sua stessa esistenza. I soldati si stanno svegliando alla realtà; quelli che si dicevano loro amici hanno preferito sacrificare gli istituti armati prima di cedere un apice dei loro interessi, delle loro ambizioni bastarde,dei loro appetiti di potere.

La pace si è trasformata in un clamore e se la pace non si può ottenere in altra forma che distruggendo l’edificio traballante, nessuno sarà disposto a morire sotto le sue rovine per sostenerlo. 

Anche se un accordo tra militari e rivoluzionari è quel che potrebbe ancora salvare l’esercito dalla sua totale disintegrazione, questo appare  molto difficile perchè l’esercito stesso manca di un leader d’alta gerarchia, con una forza propria e una morale sufficiente per parlare a nome del Corpo.

I militari più coscienti ma di minor gerarchia, che non possono utilizzare le loro forze per agire all’interno del corpo, non fanno causa comune con la Rivoluzione perchè non sono capaci di puntare le loro armi contro la tirannia. 

Come se Batista fosse l’esercito, come se Tabernilla, Chaviano, Pilar García e gli altri capi criminali e ladri fossero l’esercito.

Si chiama slealtà cospirare contro di loro, si chiama tradimento, il diritto e il dovere di ribellarsi contro la criminale e corrotta autocrazia, anche se non fosse che per salvare l’esercito dalla sua disintegrazione e salvare la vita di tanti soldati che stanno morendo e vanno a morire in nome d’una vergognosa e ignobile causa, se non interessa loro per niente il destino della nazione.   

Batista si trova in una strada senza uscita e con lui l’Esercito.

Questa verità  che oggi è evidente e lo sarà ogni giorno di più qualsiasi misura prenda, dato che è troppo tardi per rimediare, soprattutto quando la mancanza di previsione è completa e la cecità assoluta.

L’esercito si sta disarticolando a vista d’occhio, senza che nessuno lo possa impedire, perchè gli esercito nazionali si fondano per fini più nobili del crimine, il ricatto e la repressione.

L’atteggiamento delle truppe è di  assoluta disillusione e sono pochi gli ufficiali - e sempre meno- con l’animo di sollevare le loro unità al combattimento, e non per mancanza di coraggio, ma per qualcosa di più doloroso e irrimediabile, per mancanza d’incitamento, di ragioni per lottare, perchè non si può avere coraggio senza convinzione.

Le nuove reclute disertano a centinaia.

La lotta senza dubbio non è entrata nella sua tappa più dura.

Già non si può più impedire: le colonne ribelli si estenderanno per tutto il territorio e si sa bene che in qualsiasi luogo giungono, prosperano rapidamente.

Sessanta uomini che partirono dalla Sierra Maestra sei mesi fa verso il nord della provincia, oggi occupano un esteso territorio di migliaia di chilometri quadrati, che è un modello d’organizzazione, amministrazione e ordine, nel cui seno si trova la ricchezza di diciassette fabbriche di zucchero, con le riserve minerali più preziose di Cuba.

Il 95% della produzione di caffè si ottiene in questo territorio libero. Non avevamo, quando abbiamo cominciato, i nostri mortai 81, nè i bazooka, nè le centinaia di armi automatiche conquistate nell’ultima offensiva.

La necessità ci ha insegnato a combattere a mani vuote, ma presto combatteremo con le mani piene.

La rivoluzione avanza, la dittatura retrocede.

L’embargo delle armi dagli Stati Uniti si manterrà; l’acquisto degli strumenti in Israele è stato bloccato da nostri amici all’estero, dopo che era stato depositato già un milione di pesos. Il Governo si vede obbligato ad acquistare armi senza autorizzazione, come un volgare contrabbandiere. 

Il panorama non può essere più desolante. 

I giorni passano, le garanzie continuano ad essere sospese, la censura non si elimina. Parlano solo i politici più depravati, le cui voci non sono ascoltate da nessuno, le cui grida impotenti di uomini senza pudore nè prestigio, non sono sentite da nessuno, e contribuiscono solo a rendere più ripugnante e schifosa l’asfissiante atmosfera.

Batista non ha una via d’uscita possibile.

Decide di restare?  Tanto peggio per lui e per l’ Esercito; la ribellione e la cospirazione si triplicherebbero.

Che decida d’andarsene, consegnando il potere alla pseudo opposizione che gli fa gioco.

Come potrebbe Batista consegnare il potere a Grau, nel mezzo di una guerra civile, dopo aver detto ai soldati per sette anni che il colpo del 10 di Marzo era stato una necessità di fronte all’anarchia e alle aggressioni dei governi autentici alle Forze Armate?

E  che Márquez Sterling ha sempre meno voti di  Grau.

Metteranno i soldati a riempire le urne a favore di Márquez Sterling?

Lei non crede che sarebbe il colmo della farsa, nel mezzo di tanto sangue sparso? Per questo hanno fatto morire tanti soldati?

Il popolo non accetterebbe mai il risultato di queste elezioni in cui sono assenti le forze maggioritarie e sane del paese, per mancanza di garanzie, il terrore e la mancanza generale di fiducia. Non esiste il diritto di condannare la nazione ad un governo dei peggiori. Tutti i nostri mali  si aggraverebbero; nessuno di questi politici avrebbe autorità per ristabilire la pace nel paese. Non riconosceremmo il risultato di queste elezioni che costituiscono una burla sanguinosa.

La Rivoluzione offre qualcosa di migliore e diverso per Cuba, come una speranza alla quale non possono essere insensibili questi stessi soldati che sono stati portati ad una guerra criminale ed ingiusta.

Quando i militari parlano di ordine, opponendosi ad un cambio brusco, pensano forse troppo al sangue che il popolo, in una giusta vendetta, potrebbe far versare alla caduta della tirannia.

Ogni spettacolo di folla impazzita è deprimente e serve per screditare e incolpare le Rivoluzioni dei loro eccessi, ma i colpevoli dei disordini che accadono sono coloro che propugnano l’impunità del crimine e del delitto in generale, ed obbligano i popoli a vendicarsi con le sue stesse mani.

Molti militari sono preoccupati per questi disordini, ma non si sono mai preoccupati per gli omicidi in massa di infelici contadini, delle spaventose sevizie sofferte dai rivoluzionari nelle camere di tortura della polizia, dei crimini commessi in tutte le città e nei paesi dell’Isola dagli sbirri del regime e dai gangsters di Manferrer, soggetti usciti dalle prigioni, che con grande vergogna delle Forze Armate stanno esercitando le funzioni di ordine pubblico. Non hanno il diritto  adesso d’invocare l’ordine come uno scudo tra la vendetta del popolo e le teste dei colpevoli.

Gli uomini d’ordine non tollerano  il crimine e quelli che lo hanno tollerato per impotenza, devono accettare come inevitabili gli strappi dolorosi della Rivoluzione, che è una conseguenza del dispotismo, dell’ingiustizia e del crimine. 

Nell’ora in cui lei analizza i nostri punti di vista, deve tener presenti le conseguenti considerazioni: 

a) Le nostre colonne hanno l’ordine di continuare ad operare in maniera inalterabile se si produce qualsiasi colpo di Stato che non sia ispirato con un accordo tra militari e rivoluzionari, sulle basi contenute nel discorso che le aggiungo.

b) Non accetteremo il risultato delle elezioni del 3 Novembre.

c) Siamo assolutamente sicuri che, se la lotta continuerà sino alle sue ultime conseguenze, l’intero paese  si rivoluzionerà e gli istituti militari saranno impotenti e non resisteranno.

Le parlo così perchè so che Lei apprezzerà molto di più la franchezza che la diplomazia. Per Lei questa comunicazione è rischiosa e non sarebbe, in nessun senso cavalleresco da parte mia, nè naturale in me, nascondere quello che penso.  Così Lei potrà stabilire se considera conveniente o meno proseguire il contatto.

Un’incontro per Lei è quasi impossibile. Per questo le scrivo con abbondanza su quello che le potrei esprimere personalmente. 

Ma se lo considera indispensabile, si potrebbe ideare qualcosa come la restituzione di qualche ufficiale prigioniero (che non sia il Comandante Quevedo), nella sua zona, se le facilitassero l’opportunità.

Io credo che Lei non si debba esporre ad azioni che possano far ricadere l’attenzione sulla sua persona. Il suo amico civile, che è anche amico nostro, non sarebbe un buon contatto, perchè è molto segnalato. Anche se non tradirebbe mai nè lei nè noi, non sono sicuro che non si lascerebbe portare dall’emozione e che qualcosa potrebbe filtrare.

Una donna seria sarebbe il contatto più sicuro.

Io sarò molto accurato nel vegliare per la sua sicurezza. Qualsiasi sarà il risultato, Lei potrà sempre contare con la mia più assoluta discrezione d’avversario leale.

Se si decide ad assumere la responsabilità di un movimento rivoluzionario nel seno dell’Esercito, per ottenere la pace su basi giuste e benefiche per la Patria, potrà contare con vari comandanti tra quelli che stanno al comando dei battaglioni, e lei sa bene chi potrebbero essere, come  sa anche chi sono quelli che deve arrestare senza dare loro tempo per fare nulla, e che sicuramente contano sull’antipatia  unanime delle truppe.

Il suo nome è rispettato e opererebbe come una molla tra ufficiali e soldati che aspettano solamente un uomo risoluto. Potrebbe assicurare il sequestro di alcuni veicoli blindati e anche di aerei a terra. Lei avrà rapporti migliori di quelli che ho io. Le truppe situate poi in luoghi diversi dagli abituali, possono disorientare l’azione del resto della Forza Aerea.

Un’azione nel tardo pomeriggio le permetterebbe di disporre di molte ore per prendere disposizioni.

Lei teme che attacchino con bombe qualsiasi città, ma se si occupano varie città nello stesso tempo, il pericolo degli attacchi aerei si diluisce.

Noi non abbiamo mai proposto che i militari passino nelle nostre fila, ma che sviluppino un’azione rivoluzionaria nel seno dell’Esercito, che contribuisca a mettere fine alla tirannia e ad ottenere la pace, a beneficio della nazione, che è l’unica alla quale i soldati devono lealtà.

L’Esercito inoltre  necessita un gesto che lo rivendichi agli occhi della nazione per la sua complicità con la Dittatura.

L’ufficialità lo necessita più di tutti. Osservi quello che è avvenuto con l’ufficialità dell’Esercito alla caduta di Machado: gli stessi soldati li espulsero con la motivazione che non avevano morale per comandarli. Nessuno provava molto rispetto  per quegli uomini spogliati delle loro uniformi e dei loro gradi.

Io le assicuro che in questa tappa sono avvenute molte cose più gravi che nel “Machadato”.

Ma so anche che Lei potrebbe contare con altri capi e con le loro unità, se Lei lo desidera, e sono sicuro che il suo battaglione sarebbe più che sufficiente per impadronirsi della cupola delle operazioni.  Tutto è questione di sorpresa e rapidità.

 Noi possiamo concentrare con alcuna rapidità uno o due battaglioni in qualsiasi punto tra Manzanillo e Santiago di Cuba.

Io al suo posto mi metterei in contatto con pochi capi, tra quelli che offrono maggior sicurezza e agirei con le truppe direttamente al mio comando, per far sì che gli altri le assecondino.

Potranno occupare in una notte quasi tutte le città e i paesi situati nei due punti precedentemente citati. Il giorno dopo, può essere sicuro che i generali avranno abbandonato Columbia.

Questo sì: prenda tutte le precauzioni e non si faccia trascinare da uomini che non hanno il coraggio, il carattere, nè la sua intelligenza.

Speriamo che queste righe servano a qualcosa.

Io, da parte mia, non smetterò di provare alcune nostalgie quando questa lotta si sarà conclusa.

Fraternamente. Fidel Castro.

Pubblicando questa lettera, Gina spiega:

Mentre a L’Avana la marcia delle conversazione con i militari si sviluppava abbastanza lentamente, nella  Sierra Maestra, il Comandante in Capo, Fidel Castro, spiegava tuta la sua strategia, facendo richiami  alla coscienza patriottica dei militari, con un documento che diceva:

- Sierra Maestra, 23 ottobre del 1958. Ore 10.00

 Stimati compatrioti:

Sono stato informato dei contatti, anche se ho l’impressione che non avete ancora elaborato un piano concreto.

Io considero che l’importante è avere il senso delle possibilità, Quasi tutti i vostri movimenti sono falliti per la mancanza di questo senso. 

Vengono scoperti mentre si  tenta d’ampliarli,

Questo avrebbe più giustificazioni se non ci fosse un processo rivoluzionario tanto avanzato.

Oggi, una sola compagnia che si ribelli, con una mezza dozzina di ufficiali che abbraccino la causa della Rivoluzione, sarebbe un colpo morale disastroso per la Dittatura e, con lo stato attuale di scontento, non sarebbe difficile che tutto l’esercito lo seguisse in poche settimane.        

Io vi posso assicurare che un numero infinito di militari è disponibile ad unirsi alla causa rivoluzionaria, ma aspettano che sia un altro a fare il primo passo.

Temo che voi commettiate l’errore di voler eseguire un movimento vasto e sicuro, che risulta molto difficile e non è la tattica corretta.

I militari cubani hanno titubato molto.

Quella mancanza commessa dagli ufficiali dell’Esercito sotto il regime di Machado, è costata  la perdita totale dell’autorità.

Gli stessi soldati dopo non volevano perdonare la passività con cui avevano accettato quello stato di cose.

Batista è riuscito a controllare l’Esercito con una dozzina di scioperati e assassini.

È vergognoso che per un falso senso dello spirito di corpo, uomini onorevoli sono stati obbligati ad obbedire agli ordini di quegli assassini. Sono sicuro che non pensavano in quello quando sono entrati nella Scuola dei Cadetti.

Un militare realmente onorato, se lo pensa bene, non combatterebbe mai per un regime che viola le donne, tortura i cittadini e assassina anche i prigionieri di guerra feriti.

E quando l’Esercito, per inerzia, per impotenza o per qualsiasi ragione deve difendere 

questo regime, la cosa corretta è abbandonare le sue fila. 

L’Esercito è stato trasformato da  Batista in una macchia nazionale di vizio, di corruzione e di crimine. Vale la pena sacrificare una sola vita giovane e preziosa per una causa indegna?

I Capi e gli Ufficiali dell’Esercito passano, ma la Repubblica resta. 

Quel che è permanente è la Patria.

L’Esercito si può rinnovare, cambiare, depurare, perchè la sua unica funzione dev’essere servire il Paese.

Che cosa aspettano gli ufficiali giovani a rivelarsi? Che vincolo storico o morale li può legare a  Batista, Tabernilla, Chaviano, Meroc Sosa, Ugalde Carrillo, Pilar García Ventura e gli altri padrini degli istituti armati? 

Non comprendono che li hanno trasformati nello strumento del più stupido e sanguinario regime sofferto da Cuba e che di fronte al Popolo e alla Storia li stanno trasformando anche in complici?

Perchè rivoluzionari e militari onorevoli non ci possiamo unire?

Forse non scorre lo stesso sangue cubano nelle vene dei militari e dei ribelli?

Forse non ci siamo abbracciati dopo una battaglia vittoriosa, come a El Jigüe?

Perchè non ci diamo questo abbraccio prima, salviamo vite preziose e combattiamo  insieme nel bene della Patria contro i malvagi che l’opprimono?

La storia condannerà dei militari degni che hanno fatto questo passo?

Il popolo condannerà che militari onorati girono le loro armi contro la  Tirannia?

NO!

I militari che hanno la grandezza in quest’ora di porre le proprie armi al fianco del Popolo, meriteranno una speciale gratitudine dalla Patria.

Non va tralasciata l’esortazione che vi faccio, di agire dentro le possibilità reali su cui si può contare,  di non dilatare le azioni e soprattutto di non farvi arrestare senza opporre resistenza, per cui si dovete prendere tutte le misure provvisorie che esigono le circostanze.

Non ci si può far arrestare da Meroc Sosa e dai suoi sbirri, che non hanno il vostro valore e la vostra dignità.

 Fraternamente, Fidel Castro Ruz.

Guillermo García, giovane contadino della Sierra, audace e intelligente, era un membro del Movimento 26 de Luglio,  che  prestò rilevanti servizi a tutti nel distaccamento. Fu il nostro primo contatto. Suo padre fu il primo contadino che ci visitò in piena boscaglia,  dove ci portò del cibo fumante.

Gli dissi un nome qualsiasi, ma lui guardava insistentemente un berretto verde su cui io avevo una stellina dorata, di quando non avevamo altro che due fucili.

Com’è logico disse alcuni aneddoti sulla stellina, ma anche cosi non ricordo il nome che gli diedi, e... che faceva Guillermo?  Era il migliore e più attento amico dei militari, li attendeva, prestava loro qualsiasi servizio.

Lui mi chiese di non passare la linea nemica la notte successiva, perchè i soldati si stavano preparando per ritirarsi il giorno dopo.

Io davvero avevo fiducia in lui, ma, quando se ne andava, mi sistemavo in un altro punto per vigilare i suoi passi. Grazie a lui riuscimmo a recuperare 11 armi addizionali, quasi tutte con il mirino telescopico.

La nostra prima vittoria su un piccolo distaccamento nemico la realizzammo con 18 armi delle nostre, e ne riscattammo nel primo combattimento altre 12, senza un solo graffio nelle nostre fila.

Quasi  esattamente 2 anni dopo, conquistammo circa centomila armi alla tirannia.

Le nostre forze, con Camilo e il Che erano avanzate verso il centro del paese.

Il Primo Gennaio all’alba giunse la notizia della fuga del tiranno e loro che erano impegnati nel compito di far arrendere le forze di Santa Clara, ricevettero istruzioni d’avanzare rapidamente con veicoli a motore per l’arteria centrale: il primo verso l’Accampamento di Columbia nella capitale e il secondo verso la Fortezza della Cabaña, senza fermarsi a combattere contro forze nemiche isolate nel cammino.

L’esplosione popolare era tanto forte che nessuna era in condizione di combattere.

Quello stesso giorno prendemmo la città di Santiago di Cuba, difesa da numerosi battaglioni nemici, senza sparare un solo colpo, evitando una battaglia attorno e dentro alla città, che poteva durare 5 giorni con crescente intensità.

L’avversario chiese di parlamentare e smise di resistere.

Nè Camacho, nè altri potevano immaginare che il piccolo esercito della Sierra Maestra avrebbe sconfitto il poderoso esercito della tirannia, preparato rigorosamente dai più esperti del mondo in materia di repressione e spionaggio.

Camacho Aguilera, cospiratore coraggio e costante, visitava in automobili sempre guidate da donne, le discrete case degli ufficiali nei quali, secondo le sue relazioni, poteva avere fiducia, situate nella Caserma Generale di Columbia.

Di Lidia e Clodomira, che avevano contatti in alcuna forma con ufficiali dell’esercito, non restò alcuna traccia dopo che furono arrestate e per molti mesi restammo in montagna senza loro notizie.  

Mi resterebbe da raccontare solo che quel 3 gennaio, con un distaccamento di soli 30 uomini, che non potevo ridurre ulteriormente, mi riunii nella città di Bayamo con circa  3000 soldati e ufficiali delle truppe scelte dell’Esercito di Batista, che portavano tutte le loro armi,  le mitragliatrici, i cannoni pesanti, carri da combattimento e carri armati.

In nessun luogo mi avevano ricevuto con tanto entusiasmo come in quel punto. 

Non stavano ricevendo qualcuno che avrebbe preso il potere dopo un colpo di Stato, nè un politico che aveva ottenuto la vittoria  in un’elezione, ma un combattente di pensiero molto diverso dal loro che, senza dubbio aveva curato tutti i feriti e rispettato la vita di centinaia di prigionieri; che non permise mai la tortura di nessuno di loro, nonostante i ripugnanti e odiosi crimini che la tirannia di Batista aveva imposto alle Forze Armate.

Una gran parte di quegli uomini erano ufficiali diplomati in accademie e sottoufficiali ben addestrati.

Mi sarebbe piaciuto che molti s’incorporassero alla società, però c’erano già due tipi di cubani irriconciliabili dopo le uccisioni e le torture commesse dall’apparato di repressione dell’odioso regime: i militari e i ribelli.

Ed era un fatto assolutamente insolubile.

Documenti essenziali che citano quei fatti si trovavano negli archivi di Batista e furono presi dalle nostre truppe nello stesso Quartiere Generale della tirannia. (Traduzione Gioia Minuti).

La storia di una gesta liberatrice nel Memoriale José Martí

È stato presentato a L’Avana il libro “La storia di  gesta liberatrici, 1952-1958”, della combattente rivoluzionaria Georgina Leyva Pagán, stampato nella sua seconda edizione.

Un prologo del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz introduce alla lettura di questo libro della combattente  rivoluzionaria Georgina Leyva Pagán, presentato nel Memoriale José Martí, a L’Avana.

Con la presenza del Comandante della Rivoluzione Guillermo García Frías; José Ramón Balaguer Cabrera, membro della Segreteria del Comitato Centrale del Partito; i membri del Comitato Centrale Julio Camacho Aguilera, Rolando Alfonso Borges e Miguel Barnet, presidente della UNEAC; José Ramón Fernández Álvarez e Abel Prieto Jiménez, assessori del Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri; il ministro di Cultura, Rafael Bernal e Georgina Leyva Pagán, protagonista e autrice della storia che si racconta, è stato presentato questo volume  dedicato a Guantánamo, territorio dove iniziarono l’insurrezione molto combattenti che poi entrarono nella fila del Movimento Rivoluzionario 26 di Luglio e nell’Esercito Ribelle, come in altri fronti della clandestinità.

Questa testimonianza è di grande valore e vi affiorano dati inediti che permettono di chiarire alcuni passaggi della storia - che non erano stati rigorosamente raccolti - e permetteranno al lettore di conoscere, partendo dagli aneddoti, l’operato di un gruppo di uomini e di donne cubani che decisero nel pieno della gioventù e nelle più difficili condizioni, di  cambiare la rotta economica, politica e sociale della Patria.

In queste pagine si segnala  la crescita rivoluzionaria  del  Comandante dell’ Esercito Ribelle Camacho Aguilera, leader di un gruppo guerrigliero di Guantánamo e compagno della vita della scrittrice. Nel  prologo di Fidel si può confermare il suo atteggiamento etico di fronte al nemico, dato che spiega com’erano trattati i prigionieri e le costanti azioni per evitare ulteriori spargimenti di sangue durante la lotta rivoluzionaria contro l’esercito della tirannia di Batista.

“Questo libro, ha detto l’editrice Neyda Izquierdo, Premio Nazionale per le Edizioni  2013 è un contributo alla memoria storica della nostra Cuba, dove si offre questo scritto per trasmettere i dettagli su fatti avvenuti nella tappa delle gesta  rivoluzionarie, con i sacrifici dei protagonisti e la consacrazione alla lotta per conquistare la vittoria.

“Il Comandante in Capo, con il suo prologo arricchisce il mio umile libro”, ha detto Georgina Leyva.

Hanno partecipato alla serata, in qualità di presentatori, Eugenio Suárez Pérez, direttore dell’Ufficio dei Temi Storici del Consiglio di Stato e Juan Carlos Santana Molina, direttore della casa editrice Nuevo Milenio, che ha pubblicato il libro. 

 

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