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René González: “È stato difficile
lasciare il paese e passare per traditore”
Ha iniziato la sua missione, che gli fu affidata
dal governo cubano, rubando un aereo a Cuba. Fin
dall’inizio fu un clandestino e neppure la sua
famiglia sapeva che sarebbe volato a Miami per
infiltrarsi nelle organizzazioni che cercavano
di creare azioni aggressive contro il suo paese.
Condannato a 15 anni, attualmente è l’unico dei
Cinque che è stato liberato. Qui racconta la sua
storia.
L’Avana –
Mattina, in una casa de L’Avana, una città
inondata da un gran numero di specialisti che
partecipano al congresso Università 2014 e dagli
editori invitati alla Fiera del Libro. Il tipo,
con una statura da giocatore di basket, che
prima dell’intervista sta parlando con uno degli
specialisti, Pablo Gentili, il segretario
esecutivo del Consiglio Latinoamericano di
Scienze Sociali, appare tranquillo. E’ uno dei
cinque cubani che furono processati negli Stati
Uniti dopo essersi infiltrati a Miami per
cercare informazioni sui gruppi violenti
contrari al governo di Fidel Castro. René
González è l’unico dei Cinque che attualmente si
trovi in libertà. Gli altri continuano ad essere
incarcerati(1)
–Mi piacerebbe una definizione dei Cinque
Cubani, fatta direttamente da uno di loro.
–Prima di tutto, siamo cubani comuni. Siamo
figli di un paese che, come noi, ha avuto molti
figli. Siamo cresciuti sotto la minaccia del
terrorismo, testimoni di come da fuori si
cercava di imporre a Cuba questa linea con
azioni mortali e in maniera particolare da
Miami. Abbiamo dovuto assistere a funerali di
compatrioti che sono stati assassinati dalle
bande terroristiche che si sono stabilite a
Miami con l’appoggio del governo nordamericano.
E, come cubani, ci è stato chiesto di
infiltrarci in questi gruppi. Abbiamo detto di
sì e l’abbiamo fatto. Come risultato di queste
azioni, il governo nordamericano ci ha arrestato
nel 1998 e ci ha sottomessi a un processo
fraudolento. La natura di questo processo è
quella che ha provocato che la nostra storia
trascendesse e che già molte persone la
conoscano in tutto il mondo. Fino ad oggi io
sono l’unico ad essere tornato in libertà e i
miei quattro fratelli continuano ad essere
detenuti. Beh, direi che siamo semplicemente
questo, siamo I Cinque.
–Come è stato l’inizio della missione da
infiltrati? Il governo cubano vi ha chiesto o vi
ha imposto di fare gli agenti?
–Me
lo hanno chiesto. Questa non è una missione che
si possa imporre. E non so cosa si potrebbe
offrire in cambio. E’ una missione fatta di puro
sacrificio. Quando me lo hanno chiesto, hanno
insistito perché io ci pensassi e mi hanno
avvisato che sarebbe stata una missione
rischiosa. Non ci pensai su molto e risposi di
sì.
–Era una missione rischiosa o suicida?
–Se
tutto fosse andato per il verso giusto, ne sarei
uscito illeso. Noi non abbiamo perso la vita,
siamo stati incarcerati. Quando io parlo con i
giovani di Cuba, glielo dico apertamente:
“Questa è una missione alla quale, se non ve la
sentite di affrontarne i rischi, non dovete
rispondere di sì”. Io non credo che questo
significhi un demerito per nessuno.
Semplicemente si tratta di un tipo di missione
che ha molti rischi e richiede delle
caratteristiche che nessuno può immaginarsi nel
momento in cui le viene proposta. Li puoi
scoprire solo mentre stai agendo.
–Quali sono queste caratteristiche?
–Sono un tipo abbastanza aperto ed è difficile
per me fingere, in generale. E non avrei mai
pensato di riuscire a farlo, questa è stata la
cosa per me più difficile. E lo è stato già a
partire da quando ancora ero a Cuba. Io dico che
forse è stato ancora più difficile qui che la,
perché qui ho dovuto fingere di fronte ai miei
fratelli, ai miei compagni, di fronte alla gente
che mi apprezzava, che mi stimava. E,
improvvisamente, dovetti andarmene,
trasformandomi poco a poco in una persona
diversa da quello che ero. Magari questo mi ha
aiutato, perché un inizia a camminare, però lo
fa, inizialmente, con difficoltà, con un po’ di
dolore, perché non ti piace defraudare una
persona che ti sta a cuore e che si fida di te.
Fu difficile dover lasciare il paese e apparire
ai loro occhi come un traditore, come una
persona che li aveva abbandonati. Lo feci come
lo avrebbe fatto qualsiasi altra persona, come
un qualunque poliziotto che in un qualsiasi
paese del mondo deve infiltrarsi nel mezzo di
una banda di delinquenti, senza essere un
criminale. Per questo quando ci arrestarono mi
sono sentito alleviato dal fatto di poter
tornare ad essere me stesso.
–In cosa è consistita la finzione iniziale a
Cuba?
–Da
essere un militante, mi sono convertito in una
persona che inizia ad essere frustrata,
disillusa. Però non ho perduto la stima dei miei
compagni. Le persone generalmente sono generose
e fanno fatica ad accettare il fatto che tu
cambi molto. Questo è un istinto naturale.
Considerarono che io continuavo ad essere una
brava persona. Nel frattempo rinunziai alla mia
carriera. Ero un pilota. Dato che passai a
lavorare nel campo degli aerei da diporto, avevo
comunque uno spazio per volare.
–La missione comprendeva anche il dover rubare
un aereo e dirigersi in Florida?
–Sí. Erano tempi difficili. Nel 1989 e nel 1990,
l’economia del paese iniziava a sentire gli
effetti del crollo del blocco socialista.
Ovviamente ne risentì anche il settore degli
aerei da diporto e volare diventò sempre più
difficile. Un fine settimana riuscii a lavorare
come controllore di volo. Per una delle
coincidenze del destino, fu un argentino che mi
portò in quel luogo da dove saltavano i
paracadutisti. Si chiama Santiago, un nipote del
Che che era paracadutista. Beh, quel giorno
rimasi solo nella torre. Mi accorsi quando si
fermarono i voli, perché il vento non era dei
migliori e non accompagnava nel modo giusto
l’attività dei salti. Scesi dalla torre, salii
sull’aereo e me lo portai via. Avevo ormai
raggiunto il punto di non ritorno. Dovevo
continuare. Una volta che passi questa linea,
devi sperare di avere successo, perché
altrimenti, o ti catturano o ti ammazzano. In
realtà avevo pensato che in quello stesso fine
settimana mi sarei portato via l’aereo la
mattina seguente. Però quando loro mi dissero
che avrebbero fermato i voli, ho insistito
perché facessero rifornimento all’aereo. C’erano
400 litri e non potevano mettercene più. Feci
un calcolo mentale. Dissi a me stesso: “Bene,
con questo quantitativo arrivo precisamente nei
Cayos della Florida”. Ed effettivamente fu così,
ci arrivai preciso, però ci arrivai.
–Quanto margine le è rimasto, con quei 400
litri?
–Nessuno (René scoppia in una risata). Il volo
durò un’ora e venti. Lo feci come un
professionista, anche se il decollo fu un po’
catastrofico, dato che portai via l’aereo dalla
stessa rampa del parcheggio, senza allinearlo
alla pista. L’aereo non era pronto per il volo.
Dopo averlo fatto decollare, dovetti orientare
tutti gli strumenti in due o tre minuti. Ricordo
bene quando lasciai l’isola. Il cuore mi si
strinse. Guardai dietro di me. Stavo lasciando
tutto. Mia moglie, mia figlia… Però il pilota
dentro di me s’impose. Mi portò via molto tempo
il calcolo della potenza, come fare per
andarmene nella maniera più rapida possibile da
Cuba, senza consumare troppo combustibile e,
successivamente, come ridurre la velocità per
risparmiare altro combustibile. Poi dovetti
salire e cercare un po’ di visibilità per
trovare i Cayos della Florida. E così, alla fine
del volo, dover decidere se lanciarmi o meno.
Per un momento pensai che avrei dovuto lanciarmi
in acqua perché non riuscivo a vedere i cayos.
–Paracadute o ammaraggio?
–Ammarare vicino a qualche barca.
–La sua età in quel momento?
–Avevo 34 anni.
–Ossia, aveva tre anni in meno del Trionfo della
Rivoluzione Cubana, il 1° gennaio 1959.
–La
mia fu una generazione che assorbì molto dalla
rivoluzione. Io sono nato a Chicago nel 1956.
Mio padre entrò a far parte del Movimento 26
Luglio, di Fidel Castro, a Chicago, quando
Fidel era già nella sierra Maestra. Quando
avvenne il tentativo d’invasione nella Baia dei
Porci, nel 1961, i miei uscirono per le strade
di Chicago a protestare e vennero aggrediti.
Decisero così che il loro destino era verso Cuba
e allora vennero qua con una delle ultime
imbarcazioni che in quell’epoca collegavano New
York a L’Avana. Io avevo cinque anni e ricordo
solo qualcosa. In un’occasione, mia madre andò a
fare una pratica per il viaggio verso Cuba e mi
lasciò con alcuni amici o con una famiglia. A
questa persona venne l’idea di mettermi una
parrucca e ricordo mia madre che entrò in casa e
si scandalizzò per il fatto che non mi
riconosceva. Ricordo il viaggio che facemmo da
Chicago fino a New York in automobile, alcuni
luoghi dove ci fermammo a mangiare, come
dormivamo, io e la mia mamma, nella parte
posteriore dell’auto. E ricordo anche il viaggio
in nave, qualche immagine dell’imbarcazione,
della cucina, della piscina della nave,
Guadalupe. A Cuba mio padre fu assunto a
lavorare alla costruzione di una fabbrica. A
quell’epoca Che Guevara era ministro
dell’industria e si stavano costruendo molti
conglomerati industriali per unificare le
attività che erano sparse per il paese. E
allora, il mio vecchio lavorò nella costruzione
di una fabbrica di materie plastiche e ricordo
di aver visto lì il Che e di avergli,
casualmente un giorno, dato la mano. Avevo otto
anni quando fu terminata la costruzione della
fabbrica e il Che la inaugurò nel dicembre del
1963. Che Guevara era adorato da tutti noi.
Quando terminò, passò tra la folla e la gente
iniziò a salutarlo e io e mio fratello, che
stavamo nella piattaforma opposta, chiedemmo
permesso ai più anziani per poter andare a
salutare il Che. Scendemmo ed entrammo in mezzo
alla folla, arrivando nelle sue vicinanze e
iniziammo a dirgli :“Che, Che”. Lui mi passò la
mano sulla testa, mi dette la mano. E poi la
dette a mio fratello. Questo non me lo sono mai
dimenticato.
–Torniamo al volo verso i cayos e l’obiettivo di
atterrare vivo.
Dovevo andare verso Nord, però il vento era
forte da sinistra, da nordovest. Sono uscito, ho
volato con potenza massima per 5 o 6 muniti in
maniera da allontanarmi rapidamente dalle coste
di Cuba, molto vicino all’acqua, a due o tre
metri d’altezza e una volta riuscito ad
allontanarmi abbastanza, ho ridotto la potenza
alla modalità economica per poter riuscire a
volare per più tempo, più lontano. Mi sono
mantenuto a questa velocità per un certo tempo,
per evitare i radar dell’Isola e evitare
l’intercettamento cubano, fino a che ho
calcolato che mi sarei dovuto trovare vicino ai
Cayos della Florida. Fu a quel punto che decisi
di salire di quota, allontanandomi dall’acqua
per cercare visibilità. A questo regime
viaggiavo a circa 180 km/h. Iniziarono ad
accendersi gli indicatori della riserva di
combustibile. Questo tipo di aereo ha due
serbatoi, uno in ogni ala e ognuno dei serbatoi
ha un indicatore, che si attiva quando gli
restano 75 galloni. Vidi delle barche. Decisi di
sorvolarle. Se dopo l’ultima imbarcazione,
contando 5 minuti non avessi visto terra, sarei
tornato indietro e mi sarei lanciato a lato
dell’ultima barca per farmi recuperare. Sorvolai
la prima imbarcazione, la seconda, la terza e
iniziai a contare dissi: “Bene, non ce ne sono
altre, cinque minuti e, se non vedo terra,
ritorno e mi tiro a lato dell’imbarcazione”. Gli
volai sopra e iniziai a controllare l’orologio.
Un minuto, due, tre, quattro, cinque…e vidi
terra. Una cosa incredibile. Pensavo di andare
alla base di Boca Chica, che è la base navale
dei nordamericani nel Key West. In quel momento
mi sentivo come Cristoforo Colombo. Dissi:
“Bene, per lo meno se mi lancio da qualche parte
sono vicino alla terra e non sarà difficile
arrivare alla terraferma”. Quando iniziò a
migliorare la visibilità, ossia ad avvicinarmi
alla terra, la prima cosa che mi trovai davanti
era la base di Boca Chica, in pratica tutto
riuscì perfettamente. Atterrai. Fu un arrivo
abbastanza brusco. Ero molto teso. L’aereo saltò
varie volte. Ricordo che quando arrestai
l’aereo, rimasi nel mezzo della pista con il
motore spento e presi il termos di caffè che
portavo con me, lo aprii, mi servii un caffè, me
lo bevvi e lanciai il termos dietro di me. Cadde
da qualche parte lì dietro. Mi buttai
all’indietro e iniziai a rilassarmi, fino a che
arrivarono le autorità. C’è chi dice che tutti
gli atterraggi dai quali uno possa uscire
camminando con le sue gambe sono dei buoni
atterraggi. Bene, allora quello fu il mio caso.
Le pratiche furono rapide, perché io ero nato
negli Stati Uniti e presentai il mio certificato
di nascita. Loro non sapevano in realtà cosa
fare con me, perché normalmente l’immigrante lo
portano ad un centro di detenzione per
l’immigrazione. Però alla fine localizzarono mia
nonna, fu realizzata una pratica piuttosto
personale, con un signore di origine cubana che
viveva lì a Cayo Hueso e fu lui ad accogliermi
quella notte, mentre il giorno successivo mia
nonna pagò il trasporto e me ne andai a Sarasota
con lei.
–Senza nessun sospetto da parte loro?
–Mio padre non era una personalità pubblica.
Uscii dalla base e nel maggio del 1990 terminai
insediandomi a Miami, a casa di una zia nonna.
La mia famiglia degli Stati Uniti non era
composta da rivoluzionari, però neppure da
militanti contro la rivoluzione. Era gente
buona, di buoni sentimenti, con una lunga storia
di relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Gente
semplicemente nobile che se n’era andata negli
USA intorno agli anni 40. Né anticastristi, né
fanatici della politica. La loro preoccupazione
è sempre stata a livello familiare, tanto quando
arrivai negli Stati Uniti che dopo l’arresto e
tutto ciò che è successo. Questo lo apprezzo
molto.
–Come avvenne l’avvicinamento ai gruppi
anticastristi?
–Ripetevo il credo. Il credo che a cuba le
persone si trascinano per le strade, non hanno
da mangiare, stanno per morire e muoiono, che la
polizia picchia tutti in tutti i quartieri.
Quando tu mi hai domandato prima sulle capacità
di fingere, io ti ho risposto che era più facile
fingere là. Primo, perché non implica una
lacerazione dei rapporti personali. Secondo
però, perché è curioso il fatto che a loro hai
bisogno di dire solo quello che vogliono
sentirsi dire: cose cattive di Cuba.
–Però tante persone dicevano queste cose. Cosa
c’era in te di speciale rispetto ad altri?
–La
maniera in cui sono arrivato. Con un aereo
rubato. Per alcuni giorni fui una celebrità del
Miami Herald.
–C’era un obiettivo speciale di approssimazione?
–Osservavo le circostanze e andavo avvicina domi
ad alcuni gruppi. Iniziai dalla CUPA, la Cuban
Pilots Association, che era un gruppo composto
principalmente da piloti. Molti di loro erano
stati alla Baia dei Porci. Altri erano stati
mercenari nel Congo. Ce n’erano alcuni celebri
come torturatori nell’America Latina, come Félix
Rodríguez “El Gato”, che fu colui che assassinò
il Che e che ebbe anche legami con i torturatori
della dittatura argentina. Oggi, quest’uomo
sfrutta l’ospitalità e la benevolenza del
governo che lo preparò come torturatore, il
governo degli Stati Uniti. Molti erano stati dal
Congo al Nicaragua. Alcuni erano stati ufficiali
dell’esercito di Fulgencio Batista.
Successivamente mi legai alla HAR, Hermanos al
Rescate (Fratelli al Riscatto), più giovani
degli altri, anche se creati da veterani come il
terrorista Luis Posada Carriles, uno dei più
grandi criminali dell’emisfero. Il mio obiettivo
era principalmente quello di raccogliere le
informazioni e inviarle a cuba. Successivamente,
il governo cubano si incaricava di processarle,
analizzarle e di fare quello che poteva per
smantellare le azioni terroriste dei gruppi
contro Cuba. In questa maniera, ottenni che
finissero incarcerati due narcotrafficanti
legati a questi gruppi. E anche questo è stato
utile allo smantellamento perché si toglie loro
il sostegno economico. Sono stato otto anni tra
questi gruppi, dal 1990 fino al 1998, quando
fummo arrestati. Uno era il PUND e l’altro era
il Comando di liberazione Unito, che aveva al
suo interno un altro narcotrafficante che siamo
riusciti ad identificare e a neutralizzare. Per
finire mi integrai a quello che prese il nome di
Gruppo Democrazia, dedito ad organizzare piccole
flotte per venire a provocare a Cuba, entrare in
acque cubane, creare problemi tra i due governi.
E questo fu l’ultimo gruppo nel quale riuscii ad
entrare, fino a che non fui arrestato.
–Come reagì e che evoluzione prese la sua
famiglia con il tema?
–Io
me ne sono andato come disertore. I miei
genitori ci rimasero molto male. Non lo potevo
dire a nessuno perché, niente, sono cose di
lavoro, per definirle in qualche maniera. E’
dura, è una delle cose più dure. Mia figlia
aveva sei anni quando io me ne andai da Cuba.
All’inizio mia moglie diceva: “Qui tutto sembra
indicare che ha preso un aereo, che è un
disertore, quindi devo credere che sia così”.
Poi lei mi ha raccontato un po’ la storia, ha
iniziato ad attaccare dei capi. Iniziò a
insistere fino a che dovettero dirglielo. Però
ci volle del tempo.
–Perché secondo voi il processo giuridico fu
fraudolento?
–Io
domanderei a me stesso: “cosa c’è stato di non
fraudolento?” Il sistema legale nordamericano,
il sistema federale, è disfunzionale. Non
soltanto per noi. Di norma loro applicano un
sistema che si appoggia molto nella capacità di
fare una negoziazione delle accuse. Quindi, il
loro modus operandi è quello che loro ti
lanciano addosso un numero di accuse eccessive,
supponiamo che una persona abbia trafficato con
dieci chilogrammi di cocaina, però uno dei suoi
associati abbia trafficato con 30, il sistema
accusa la prima persona anche degli altri 30 e
dice: “Bene, se sei disposto a cooperare con
noi, ti togliamo i 30 dalle accuse, ti lasciamo
con i tuoi 10 e ti diamo 5 anni” . Se cooperi,
i pubblici ministeri ti utilizzano per mentire e
devi fare tutto ciò che loro vogliono perché
chiedano al giudice che ti dia cinque anni. E la
prima bugia che questa persona deve imparare a
dire alla giuria, che io penso sia la bugia di
base del sistema, è che i pubblici ministeri gli
hanno promesso questo, gli hanno proposto
questo, però è il giudice che alla fine decide.
Statisticamente il giudice decide sempre quello
che i pubblici ministeri vogliono. E con il
nostro caso è successo questo. E
disgraziatamente è ciò che ha portato il nostro
caso fino ad oggi. Perché effettivamente noi
abbiamo violato le leggi nordamericane, noi
eravamo degli agenti non registrati, il che
implica una sentenza di dieci anni come massimo,
però allora loro, per far salire la pena, hanno
accusato tre dei miei compagni di spionaggio e
uno di cospirazione per commettere omicidio in
relazione all’abbattimento dei velivoli di
Hermanos al Rescate nell’anno 1996. Però noi
abbiamo detto: “Andiamo a giudizio perché noi
non accetteremo false accuse”. Si è complicato
tutto e oggi siamo qui. Io non sono stato
accusato di spionaggio perché mi occupavo
esclusivamente di gruppi paramilitari. Non ho
mai avuto a che fare con informazioni militari.
Ci sono stati dei miei compagni che invece sono
stati a contatto. Se tu non cerchi informazioni
classificate, non sei una spia. Non è un
problema di spiare lo Stato o no. Molte
persone confondono questo. Tu puoi cercare
informazioni dello Stato, basta che non siano
classificate da quello Stato. Però tu puoi
cercare un’informazione civile riguardo a una
corporazione che lo Stato aveva classificato
perché gli conviene mantenerla. Ad esempio un
progresso tecnologico X e lo Stato e questa
corporazione si mettono d’accordo e la
classificano. Per quanto questa informazione sia
civile, è classificata, se ha un timbro che dice
“segreto”, tu stai commettendo spionaggio nel
cercare questa informazione. Loro (i pubblici
ministeri) hanno confuso la giuria facendole
credere che poiché i miei compagni stavano
cercando informazioni di natura militare,
avevano commesso o stavano cercando di
commettere spionaggio. Però, in realtà,
l’informazione che i miei compagni stavano
cercando era pubblica, era un’informazione
visiva, informazione di giornali.
–Chi fu il vostro avvocato?
–Lo
mise a disposizione la corte. Philip Horowitz.
Lo considero un mio amico. Ha fatto un buon
lavoro. Quello che succede è che se le istanze
che dovrebbero impartire giustizia non sono
accettate, non importa che tu abbia ragione. Io
comparo il nostro caso con quello di un
corridore dei 400 metri. Arriva primo al
traguardo e l’arbitro dice: “No, oggi vince il
secondo arrivato perché a me va bene così”.
Questo è ciò che hanno fatto i giudici.
Qualsiasi arbitro imparziale che abbia osservato
il caso, si è reso conto che questa è un
ingiustizia e stiamo parlando…
–Anche gli analisti giuridici nordamericani?
–Analisti giuridici nordamericani, associazioni
di avvocati degli Stati Uniti. Il comitato delle
detenzioni arbitrarie della Commissione dei
Diritti Umani delle Nazioni Unite, Amnesty
International, tutti hanno emesso sentenze nelle
quali è indicato che il giudizio è stato
ingiusto, che è stato illegale e che non sono
stati seguiti gli standard del dovuto processo.
–Quanto ci avete messo voi cinque a smettere di
fingere?
–Fino a quando non ha avuto inizio il giudizio,
tu non puoi tornare ad essere ciò che eri prima.
Mantenemmo la discrezione per tutti i due anni
di preparazione al giudizio. Lo coordinammo.
Prima non potevamo ammettere che eravamo agenti
di Cuba. Anche ai nostri avvocati questo è
costato lavoro. Come noi non gli dicemmo niente,
loro vennero a Cuba. Alla fine il governo cubano
ebbe fiducia nella loro professionalità. E
costruirono una difesa molto buona. In realtà,
nel nostro giudizio i ruoli si invertirono.
Gerardo, che è un caricaturista, realizzava
delle caricature dei pubblici ministeri e quelle
caricature percorrevano tutta la sala passando
dalle mani anche di coloro che ci custodivano e
terminavano con lo stenografo, perché la gente
iniziò a rendersi conto che il processo era una
farsa. Questo si percepì nell’aula. E il giorno
in cui ci dichiararono colpevoli, gli agenti del
tribunale scesero dall’alto dell’aula fino al
banco degli imputati per chiederci scusa. Una
cosa impressionante. Tu ti impressioni quando
una persona che si suppone sia il tuo custode
carcerario cambia la sua attitudine fino a dire:
“Pero e dov’è lo spionaggio? Dov’è l’omicidio?”
Iniziarono a guardare le nostre prove, le
provocazioni filmate di Hermanos al Rescate,
propagandate alla televisione di Miami come se
fossero una cosa buffa. E loro stessi ci
dicevano: “Però com’è possibile che il governo
cubano abbia aspettato tanto per abbattere
quegli aerei?” Nonostante questo, a me non mi
hanno insegnato a odiare gli Stati Uniti. Io
credo che un paese valga molto di più dei suoi
pubblici ministeri, del suo governo e che valga
molto di più del pugno di milionari che
controllano la vita di questo paese.
–L’avvocato Horowitz, ad esempio, pare aver
seguito le regole basate sulla difesa delle
garanzie individuali.
–Da
quando fu presa la decisione politica di
commettere questa vendetta, perché alla fine di
questo si tratta, una vendetta contro Cuba
racchiusa in cinque uomini, fu preso un sentiero
sbagliato e dovettero rimediare ad errori con
altri errori. E alla fine terminarono rendendo
ridicola la corte, terminarono per essere gli
zimbelli di tutto il mondo perché loro stessi lo
decisero. Se avessero fatto un lavoro decente,
il caso si sarebbe risolto in altra maniera e
loro non avrebbero dovuto abbassarsi come fino a
quel punto. E nessuno ha seguito davvero il
processo. All’inizio lo fece il New York Times,
però quando il giudizio iniziò a mostrare la sua
reale natura, la ragazza del giornale della
Grande Mela scomparve e non la vedemmo mai più.
Da quel punto in poi, fu la stampa di Miami a
coprire il processo. La maggioranza fu pagata. E
fu il giudizio con accuse di spionaggio più
lungo della storia nordamericana. Sette mesi di
giudizio con testimoni orali e prove.
Testimoniarono tre generali nordamericani a
favore della difesa, volontariamente, vennero a
difenderci. I pubblici ministeri dovettero
portare come testimone un generale, James
Clapper, attuale assessore della sicurezza del
presidente Obama, ma anche lui non poté dire
niente di incriminante per quanto riguarda lo
spionaggio. Testimoniò un assessore del
presidente nordamericano. Fu trattato il tema
del terrorismo. Il governo cubano, per poter
presentare il ricorso alla Corte Suprema,
contattò il meglio che potesse trovare a
Washington, cioè uno specialista in Corte
Suprema, che è anche un’analista per la CNN: Tom
Goldstein. E quest’ultimo era convinto di
riuscire a far conoscere il caso alla stampa.
Negli Stati Uniti tutti i giorni si discute di
un caso giuridico. Il caso di quello che si è
mangiato la moglie, quello che ha ucciso il
bambino, il cane che si è mangiato il vicino…
Tom Goldstein presentò un brief (riassunto)
solidissimo alla Corte Suprema, fu conseguito un
record nella storia nordamericana di amicus
curiae(2),
che sono riassunti di amici della corte che
contengono delle parti disinteressate, e quello
di Tom includeva premi Nobel, parlamentari
internazionali, associazioni internazionali di
avvocati, associazioni nazionali di avvocati
degli Stati Uniti, 12 amicus curiae, questo non
si era mai visto nella Corte Suprema. E quando
Goldstein chiamò la stampa, non venne nessuno.
–Quali sono le prospettive dei quattro che
ancora sono detenuti? Quali sono le soluzioni
desiderabili e quelle possibili?
–Dovremmo iniziare dalle sentenze. Uno dei miei
quattro compagni che uscirà prossimamente è
Fernando González, che è stato condannato a 17
anni. Seguirà Antonio, fino al 2017. Ramón, fino
al 2024 e Gerardo che è condannato a due
ergastoli. Questo caso non sarà risolto in
ambito legale. L’ambito legale è stata una
copertura, che è servita alla decisione politica
che è stata presa. Quella di vendicarsi di Cuba
con questi cinque uomini. C’è stato un giudizio
di tre giudici che ruppe quella decisione
politica e che poi fu rovesciato.
–Fu rovesciato da quegli stessi giudici o in
un’altra istanza?
–In
un’altra istanza dello stesso tribunale. Però
tutto è stato una decisione politica e io credo
che la soluzione avverrà nella stessa maniera:
con una decisione politica. Può arrivare
utilizzando la via legale. Nella stessa maniera
con cui fu indicata una via ai giudici perché
violassero la legge, possono indicargli oggi
un’altra via perché la rispettino. Noi abbiamo
sempre detto che l’unica cosa che chiediamo è
che siano applicate le leggi nordamericane, che
non siano tergiversate, che si guardino ai
fatti, che siano applicati alle loro leggi e che
le applichino.
–Cosa potrebbe avvenire in termini processuali
nel caso degli ergastoli? Un indulto
presidenziale?
–Tecnicamente il giudizio è concluso. Però c’è
un ricorso che si chiama ricorso straordinario.
Il ricorso segue la stessa rotta che segue tutto
il caso legale. Si presente di fronte alla
giudice. La giudice emette la sentenza e si va
alla Corte d’Appello di Atlanta. E poi alla
Corte Suprema. Questo ricorso è pendente e si
basa su un errore madornale che commise
l’avvocato di Gerardo, per quanto riguarda la
strategia di difesa. L’avvocato cercò di
difendere bene il suo cliente, però commise un
errore perché difese Cuba. E i pubblici
ministeri giudicarono Cuba. Il punto forte di
questo ricorso è che lo stesso avvocato
riconosce il proprio errore. Pensò si trattasse
di un tema di uno Stato contro un altro e che lo
Stato cubano aveva dei diritti. Però commise un
errore: lui pensava che fosse impossibile che
una giuria decente non si rendesse conto che
Cuba aveva il diritto di difendere la sua
sovranità. E a Miami non si può trovare una
giuria decente. Adesso, i tempi sono cambiati.
Ci sono molti segnali che ormai questa politica
contro cuba ha iniziato a stancare, segnali che
vengono anche dall’interno degli Stati Uniti.
Incluso dai cubani che vivono lì. Pochi giorni
fa è stato reso pubblico il risultato di
un’inchiesta dove risulta che il 56 per cento
dei nordamericani diano d’accordo sul fatto che
è l’ora di cambiare la politica statunitense
verso Cuba. Obama ha perso molto tempo
trattando di ingraziarsi una destra che non lo
ama, né come uomo di colore, né come liberale,
né come giovane.
–René, cos’è successo dopo la sentenza?
–Ci
sono stati quattro punti cruciali. Riguardo al
terzo, io ho scontato la mia condanna il 7
ottobre del 2011. Già da un anno prima, abbiamo
chiesto alla giudice che mi lasciasse scontare
la libertà vigilata a Cuba, cosa perfettamente
possibile. La giudice ha la potestà di
modificare la libertà vigilata e permettere che
una persona la possa scontare fuori dagli Stati
uniti. I pubblici ministeri hanno sempre voluto
che anche la libertà vigilata diventasse un
castigo per me e per la mia famiglia. Volevano
mantenermi separato dalla mia gente per altri
tre anni. Inoltre avrei dovuto scontare la
libertà vigilata nello stesso distretto nel
quale vivono i gruppi terroristi, i criminali
che possono contare sulla complicità della FBI,
nel governo nordamericano. I pubblici ministeri
si opposero alla nostra richiesta. Dissero che
era prematuro, che c’era da aspettare che io
scontassi una parte della libertà vigilata.
Parallelamente i pubblici ministeri mi avevano
proposto di rinunciare alla cittadinanza
nordamericana, in cambio di lasciarmi venire qui
a Cuba. Inizialmente io mi opposi.
–Perché?
–Perché è un diritto di nascita. Uno non deve
essere obbligato a cedere i diritti di nascita.
Però successivamente ci ripensai e dissi ai miei
avvocati che avrei accettato la proposta dei
pubblici ministeri. Mi interessava di più stare
con mia moglie, con le mie figlie, con i miei
genitori, con mio fratello. I pubblici
ministeri fecero finta di essere interessati ad
arrivare a un accordo che implicasse la mia
cessione di cittadinanza in cambio del mio
rimpatrio a Cuba. Alcuni giorni prima che io
terminassi di compiere la mia sentenza,
chiamarono il mio avvocato e gli dissero che
questa possibilità non era sul tavolo delle
trattative. Giorni dopo, la giudice derogò la
mozione e dovetti iniziare a scontare la libertà
vigilata negli Stati Uniti. Lì, grazie a un
amico, potetti ottenere una casa in un luogo
della florida, il più lontano possibile dal
carcere, vivendo in clandestinità, praticamente
recluso come in un monastero, senza documenti,
senza patente di guida, senza carta di credito.
–Per quanto tempo?
–Fu
un anno e mezzo abbastanza difficile. Avevo
l’intenzione di rinnovare la mozione, quando
fossero passati alcuni mesi perché la giudice mi
lasciasse venire a Cuba. Nel febbraio del 2012
stavo lavorando con il mio avvocato al rinnovo
della mozione, quando mio fratello si ammalò
gravemente. Dovemmo posporre il lavoro e
chiedere alla giudice che mi lasciasse venire
per quindici giorni a vedere mio fratello. I
pubblici ministeri si opposero anche alla mia
visita verso un fratello morente. Però la
giudice in questo caso mi dette il permesso. Per
questo ti ho detto che è stato solo alla terza
tappa che sono riuscito a rimettere piede a
Cuba. Ritornai a cuba nell’aprile del 2012.
–La tua famiglia era già stata negli stati
Uniti?
–Le
mie figlie, che potevano, c’erano state, mia
moglie no. Lei la deportarono e non la
lasciarono tornare mai più a vedermi. Io tornai
negli Stati Uniti per completare la mia libertà
vigilata. Tornai a lavorare con i miei avvocati
alla mozione. La presentammo a giugno, perché la
giudice mi permettesse di rinunciare alla
cittadinanza.
–Di chi fu la decisione di continuare e
terminare il processo giuridico?
–Per noi è stata molto importante la parola in
tutto questo caso. Durante tutto il processo il
nostro vantaggio è stato quello morale e non
siamo andati a regalare a loro questo vantaggio
morale. Loro decisero di abbassarsi e noi invece
decidemmo di elevarci.
–Mai un dubbio?
–No, io non ho mai dubitato, ero pronto a
scontare la pena. Non avrei certo regalato
adesso alla giudice un argomento morale per il
quale potesse cantare vittoria dopo 15 anni di
carcere. Se lo doveva guadagnare prima, però non
adesso. Né lei, nei pubblici ministeri. E adesso
sto ridendo perché quando stavamo discutendo di
questo con un mio avvocato e con i funzionari
delle Bahamas, io dicevo al mio avvocato:
“Meglio che mi lascino entrare (negli USA)
perché io prendo una barchetta da Cuba e me ne
vado là e poi mi pianto di fronte alla giudice
nella corte e le dico ‘Adesso arrestami”, perché
io non avrei mancato la parola che avevo dato. E
fu così che ritornai negli Stati Uniti, mio
fratello morì, riproponemmo la mozione, i
pubblici ministeri si opposero e iniziò uno
scambio di atti tra la pubblica accusa e la
giudice, fino a che mio padre morì nell’aprile
del 2013. Fu allora che riproponemmo ancora una
sollecitudine per venire a Cuba in vacanza per
poter stare con la mia famiglia dopo la morte di
mio padre. E la rinuncia alla cittadinanza
nordamericana, con la quale cadeva anche il
resto della condanna. Rinunciai così alla
cittadinanza, la giudice ricevette i documenti e
quindi ammise: “Ok, va bene, la libertà vigilata
la puoi terminare a Cuba”, mi disse.
–E la famiglia, René?
–abbiamo affrontato la cosa nella maniera
migliore che potevamo. Alla fine, anche se è
passato tanto tempo, per me il nuovo incontro
con la mia famiglia è avvenuto come se non fosse
passato il tempo. E’ stato tutto molto bello.
Stiamo insieme, siamo felici, adesso abbiamo
anche un nipote che è arrivato a rallegrare di
più la vita di Olguita e la mia.
–In quale ufficio pensa di lavorare uno che ha
vissuto questa esperienza?
–Come pilota mi piacerebbe volare, però
riconosco che è molto difficile entrare
nell’aviazione come professionista. Credo che
adesso ci sia un campo nell’economia che si sta
aprendo, si stanno aprendo molti esperimenti,
dobbiamo imparare molte cose, e mi piacerebbe
lavorare nell’economia in qualcosa, in un
progetto di sviluppo locale, però l’idea che ho
è la seguente, mi piacerebbe partecipare al
processo di cambio che si sta producendo a Cuba:
esperienze nuove di autogestione, esperienze di
relazioni più dirette tra le imprese, tra
imprese e governi locali.
–E il passato può permettere di adattarsi alla
vita quotidiana odierna?
–Tutte le esperienze ti fanno crescere. Quello
che non ti uccide t’ingrassa. E, ovviamente, io
ho letto molto nel carcere. Storia, attualità,
Cuba… Mi sono imposto un regime di esercizio
forte durante la mattina e lettura e studio
durante la sera. Ho iniziato a studiare economia
anche nel carcere. ‘Università de L’Avana mi
assegnava i professori. Mi inviavano i materiali
e ho studiato economia. Mi sono proposto di
uscire dal carcere meglio di come sono entrato.
Mi sono detto: “Bene, se io esco migliore di
come sono entrato, questo sarà il mio modo di
vincere” e così è stato. Io credo che il regime
di vita che mi sono assegnato nel carcere mi
abbia aiutato molto. Io credo di aver tirato
fuori il meglio che potevo ottenere.
–Adesso, a 57 anni, dopo questa storia,
immaginiamo un ritorno ai 34 e alla richiesta
di una missione negli Stati Uniti. La risposta
sarebbe la stessa?
–Sí. •
(Martín
Granovsky -Página 12, Argentina/
CUBADEBATE.CU /Traduzione
in Italiano di Stefano Guastella per
QuintAvenida.it)
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