|
Ricordo di Gino Donè, “El
italiano del Granma"
• Gino Donè, un volto
hemingwayano
Aldo Garuti
Nella notte tra sabato 22 e domenica 23 marzo
2008, a San Donà di Piave (Venezia), si è spento
nel sonno Gino Donè Paro, “El italiano del
Granma”.
Con lui se ne va un pezzo di Storia e di
leggenda. Nato il 18 maggio 1924 a Monastier
di Treviso, dopo aver combattuto come partigiano
tra le file della Resistenza nella laguna
veneziana, è stato l'unico europeo a partecipare
alla Rivoluzione cubana.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, spinto dalle
condizioni di necessità, emigra nel continente
americano e, passando prima per il Canada, nel
1951 si ritrova nella capitale cubana, a
L’Avana, a lavorare come tecnico carpentiere
alla costruzione dell’allora Grande Plaza
Cívica, che diverrà poi la celebre Plaza de la
Revolución.
Nel 1952 conosce e si fidanza con la cubana
Norma Albertina Turino Guerra, che sposerà 2
anni dopo, giovane rivoluzionaria di Trinidad
amica di Aleida March (che, a sua volta, diverrà
la seconda moglie di Ernesto “Che” Guevara).
Abituato a lottare, come antifascista, contro le
ingiustizie, gli abusi e i maltrattamenti e a
difendere le cause nobili, non gli risulta
difficile capire la realtà cubana, nel mezzo
della tirannia di Batista, né identificarsi con
i veri patrioti.
Quale integrante del “Movimiento 26 de Julio”
(indicato, in sigla, come “M-26-7”, dalla
storica data del 26 luglio 1953 dell’eroico
assalto castrista alla Caserma Moncada a
Santiago de Cuba), nella tempestosa notte tra il
24 e il 25 novembre del 1956 s’imbarca tra gli
82 ribelli del battello “Granma” (contrazione
dal nome inglese “Grandmother” dato dal
precedente proprietario) che, con pioggia
battente e mare mosso, parte dal porto fluviale
alla foce del rio Tuxpan (Messico) alla volta di
Cuba, dando inizio all’epica spedizione
rivoluzionaria dei "barbudos".
Lo Yacht “Granma”
Quella notte la Capitaneria di porto aveva
proibito la navigazione, ma già si era in
ritardo sui tempi, si rischiava di far saltare
appoggi e coordinamento con la struttura della
resistenza a Cuba, il Movimento 26 Luglio, e
c’era il rischio che fossero scoperti dagli
agenti di Batista. Insomma, si doveva
assolutamente salpare.
Con due anni in più di Fidel e quattro del Che e
alle spalle l’esperienza combattente partigiana,
“El italiano” (così era chiamato) aveva compiti
d’istruttore militare. Sulla piccola
imbarcazione (che avrebbe potuto trasportare al
massimo una ventina di persone ma che, invece,
era stracolma di corpi stipati) il suo grado
militare (solo nominale) era quello di tenente
del Terzo Plotone, comandato dal capitano Raúl,
fratello di Fidel.
Gli 82 spedizionieri sbarcano (o meglio, si
arenano) già provati, dopo una penosa traversata
di 7 giorni (invece dei tre previsti, a causa
delle pessime condizioni del mare e del
pericoloso sovraccarico umano del natante), il 2
dicembre, nell’Oriente cubano, nei pressi di
Niquero, a Las Coloradas, in una zona paludosa
impraticabile popolata da fitti grovigli di
mangrovie, ove le condizioni erano assolutamente
proibitive per il desembarco, tanto da dover
abbandonare anche parte dell’equipaggiamento.
Sbarco a Playa Las Coloradas
Nel tentativo di trovare rifugio sulle vicine
alture, vengono quasi immediatamente individuati
e subiscono una disastrosa decimazione per opera
delle soverchianti forze dell’esercito
batistiano, che li attacca subito con l’appoggio
di aerei e carri blindati nell’agguato di
Alegría de Pío (nome beffardo per un
massacro). Lì si disintegra il gruppo. Alcuni
perdono la vita, altri cadono prigionieri e poi
sono assassinati. La maggioranza prende
direzioni differenti, secondo le
circostanze. Dopo qualche giorno, un piccolo
nucleo di pochi uomini riesce a riunirsi per
organizzare la lotta nella Sierra Maestra.
Gino torna segretamente a Santa Clara, ove nel
Natale 1956 partecipa ad azioni di sabotaggio
contro postazioni militari, insieme con Aleida
March. E’ conosciuto dagli sbirri della
tirannia, la sua vita è ormai in pericolo, per
cui nel gennaio 1957 lascia Cuba in
clandestinità, diretto in Messico. Grazie alla
sua esperienza come marinaio, lavora sulle navi,
gira per vari Paesi come il Venezuela, la Grecia
e il Vietnam.
Vuole però ritornare a Cuba dall’amata moglie
Norma e, nel 1958, sbarca al porto di
Cienfuegos. Immediatamente si dirige a
Trinidad, pur sapendo che numerosi delatori lo
conoscono e possono denunciarlo. Cerca di
entrare in contatto con il Che, che era nel
vicino Escambray. I soldati di Batista lo
cercano nel villaggio di Jíquima de Alfonso, ove
il suocero aveva una coltivazione di tabacco, ma
riesce a scampare alla cattura. Spiega a Norma
che è costretto ad andare via dal Paese perché
la dittatura lo sta cercando in ogni luogo e le
propone di andare via insieme, ma lei gli
risponde che non può abbandonare la sua
famiglia, né i compagni del Movimento. Salpa,
allora, da Nuevitas per gli Stati Uniti, con la
stessa nave con cui era arrivato dal Messico, e
non rivedrà mai più la moglie, dalla quale
divorzia per ragioni di sicurezza.
Negli Stati Uniti comincia una nuova vita e
lavora come tassista, imbianchino, decoratore,
cameriere. Il 1° gennaio 1959 trionfa la
Rivoluzione cubana, costringendo alla fuga il
dittatore Fulgencio Batista. Gino, che si trova
a New York, apprende la notizia alla radio,
festeggiando con gioia. Sollecita il visto
d’ingresso a Cuba ma gli viene negato, perché
esisteva una legge che priva di residenza chi
permane per più di un anno all’estero. Da sempre
uomo schivo e riservato, davvero modesto, che
non ama parlare di sé e neppure, tanto meno,
esaltare le proprie imprese, decide di non
raccontare la sua storia al nuovo Console
cubano.
Si sposa, in seconde nozze, con la portoricana
Tony Antonia (conosciuta proprio attraverso
Norma), con la quale, successivamente, si
trasferisce in Florida. Dopo molti anni
trascorsi nell’ombra, stabilisce un contatto con
alcuni vecchi compagni di lotta. Nel 1995
torna a Cuba, della quale (pur amando l’Italia)
si sente sempre parte, come figlio adottivo.
Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 era
andato a vivere a San Donà di Piave, in
provincia di Venezia, vicino alle nipoti. Sino
alla fine ha cercato di proteggere i ricordi e
la sua storia da qualsiasi tentativo di
spettacolarizzazione.
La sera del 9 novembre del 2005 avevo incontrato
Gino Donè a Vado Ligure (Savona), nell’ambito di
un’iniziativa organizzata dall’Associazione
Italia-Cuba, circolo “Granma” di Celle Ligure,
Varazze e Cogoleto. Dopo aver cenato insieme,
alla cubana, abbiamo conversato a tu per tu, a
più riprese, parlando amichevolmente come se ci
fossimo conosciuti da sempre. Dai modi
semplici e assai discreti, era una persona che
trasmetteva da subito cordialità e simpatia, ma
nello stesso tempo denotava una straordinario
spessore etico e profondità di pensiero.
Riferiva sui fatti storici che aveva vissuto in
prima persona e di cui, anzi, era stato
protagonista come un uomo qualunque avrebbe
potuto raccontare il suo ultimo fine
settimana. Portava i suoi anni (che allora
erano già 81) come un giovanotto, conservando
nello spirito un entusiasmo e una curiosità
giovanile, da eterno ragazzo. Ricordo che
esprimeva, con lucida intelligenza, una visione
di portata globale degli avvenimenti politici e
sociali dei nostri giorni, storici e
contemporanei, che commentavamo insieme.
Era stato, nella sua vita, un vero uomo
d’azione, che raccontava di rimpiangere di non
aver potuto studiare. Alle domande dirette su
di lui, sulla sua straordinaria testimonianza
storica, preferiva rispondere evasivamente,
dicendo, modestamente, di essere molto più
interessato alle nostre vite. Lo Stato
italiano gli ha negato la cittadinanza, per
molti anni l’avevano addirittura già dato per
morto, tanto da intitolargli anche sezioni di
partito e circoli culturali.
Quella sera ci siamo fumati insieme 2 o 3
sigarette Popular che mi ero portato tornando da
Cuba il giorno prima. Alla fine della serata,
nel congedarci uscendo dal locale, con l’allegra
bonarietà da popolano veneto ha bevuto il vino
dalla bottiglia che mi aveva regalato Roberto
Casella, il segretario della sez. “Granma” che
ha organizzato l’incontro e a cui sono ancora
oggi grato per avermi offerto un’occasione
indimenticabile d’incontrare personalmente
quest’uomo.
Ma più di tutti vorrei ringraziare Gino per
tutto quello che ha fatto nella sua vita,
disinteressatamente, rinunciando agli onori,
alla gloria e agli agi di una sicura e comoda
carriera da burocrate, non smettendo, invece,
mai di lottare, con abnegazione, in tutti i
tentativi di ricerca della libertà, contro ogni
oppressione.
Simbolo di ribellione alle ingiustizie,
indipendentemente dalle proprie idee politiche,
lascia in eredità uno straordinario insegnamento
di sobrietà e coerenza etica a tutti noi, uomini
e donne del nostro tempo, in un mondo in cui
tutti cercano, con ogni mezzo, di apparire,
immersi come siamo in un sistema che ci
stordisce di bisogni artificiali per farci
dimenticare i bisogni reali, per dirla con le
parole dello scrittore uruguayano Eduardo
Galeano.
Ciao, Gino… Hasta la victoria siempre!
Aldo e Bruno con Gino Donè – Vado Ligure, 9
novembre 2005
3 video su YouTube con Gino Donè:
“Gino Doné Paro, l'ex partigiano che fece la
rivoluzione cubana” (8:11):
http://www.youtube.com/watch?v=Ep9I3ABq_sk
“Gino Donè e la rivoluzione” (8:10):
http://www.youtube.com/watch?v=Az8GNV41Msg e
“Donè Paro "El Italiano" di Claudio Tura”
(32:10):
http://www.youtube.com/watch?v=hzOf6gs0rHk
|