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30
giugno del 1957
Josué País, ‘Floro’ Vistel
Salvador Pascual
Dal parco Céspedes, nel cuore della capitale
orientale, circondato dagli sbirri e da spioni,
da ogni parte e con una vile partecipazione di
traditori e mascalzoni, l’assassino Rolando
Masferrer e i “candidati elettorali” del regime
batistiano si sentivano al sicuro dalle azioni
rivoluzionarie e, vigliacchi, approfittavano
dell’opportunità per trasmettere dai microfono
della radio ogni genere d’insulto.
Il
“miting” elettorale montato dalla tirannia a
Santiago di Cuba costituiva una brutale sfida e
un’offesa alla sensibilità rivoluzionaria
nell’eroico capoluogo dell’oriente.
Già da vari giorni, con notevoli apparati di
forza, le criminali “tigri di Masferrer”,
avevano installato il loro quartiere generale
nell’Hotel Casa Granda.
I candidati si muovevano circondati da guardie
del corpo armate di mitragliatrici.
La tensione si sentiva in ogni angolo di
Santiago.
Quel pomeriggio, nel suo nascondiglio in un
punto della città, un giovane di 19 anni
ascoltava impaziente e desideroso d’entrare in
azione, lo stridente rosario d’insulti che la
radio trasmetteva dal parco Céspedes.
Quel giovane era Josué, il minore dei fratelli
País, tanto odiati quanto temuti dai corpi della
repressione del regime a Santiago.
Josué aveva studiato nell’Istituto
d’Insegnamento Superiore dove aveva ottenuto
una borsa di studio come migliore alunno. Poco
dopo si era iscritto alla Facoltà d’Ingegneria
nell’Università d’Oriente. Quando l’università
era stata chiusa, in piena tirannia, frequentava
il primo anno.
Con suo fratello Frank, aveva condiviso i
preparativi del sollevamento del 30 novembre del
1956, in appoggio allo sbarco del Granma.
Disgraziatamente, era stato detenuto all’alba di
quello storico giorno, vicino al muro
dell’Istituto Superiore, mentre si disponeva a
penetrarvi per sparare contro la Moncada con un
mortaio lì installato.
Recluso per vari mesi nel carcere di Boniato,
appena messo in liberta ritornò come Frank alle
attività del la clandestinità. Il suo coraggio
a tutta prova si fece notare in numerose azioni
rivoluzionarie, che accesero Santiago nei mesi
che precedettero il suo assassinio.
“Vado là, non posso stare nemmeno un altro
minuti chiuso qui dentro!”
Era la voce di Josué, che parlava dal suo
nascondiglio, dove stava con alcune compagne di
lotta. Era eccitato e le ragazze cercarono di
dissuaderlo con toni energici, ricordandogli che
mettere il piede in strada significava la morte
sicura.
Ma Josué aveva già preso la sua decisione di
agire contro gli sbirri.
Poi si seppe che aveva ricevuto una telefonata e
che aveva un appuntamento con un altro compagno
del Movimento, Salvador Pascual Salcedo, per
lanciarsi per strada.
Con lui, nella stessa casa dove si nascondeva,
c’era l’altro combattente che li avrebbe
accompagnati: Floromilo Vistel.
Verso le sedici, nel pomeriggio, li venne a
prendere con un automobile Salvador Pascual, e
partirono. Poi si seppe che in quel momento i
particolari della macchina e il numero di targa
erano già stati denunciati ad una microonda
della polizia dal miserabile a cui Pascual aveva
chiesto l’automobile, promettendogli che
l’avrebbe restituita alcune ore dopo, vicino al
macello.
Quando giunsero a Martí y Corona furono
intercettati. Non si fermarono all’alt e iniziò
immediatamente la sparatoria e la feroce
persecuzione.
I testimoni raccontano che l’auto dei
rivoluzionari con una gomma a pezzi per gli
spari, ‘volava’ per le strette strade della
città.
Poco dopo, in Martí y Crombet, avvenne
l’epilogo.
Circondati e colpiti dalle raffiche delle
mitragliatrici sparate da ogni parte, caddero in
potere degli sbirri.
“Floro” Vistel e Salvador Pascual furono uccisi
all’interno del veicolo, mentre Josué fu
gettato, ferito, in una jeep della marina. Nel
tragitto sino all’ospedale gli diedero un colpo
di grazia in una tempia.
I testimoni affermano che prima che lo
uccidessero, si senti la sua voce che gridava
“Viva la Rivoluzione! Viva Fide!”
Il suo funerale riunì un’immensa folla e apriva
la marcia Donna Rosario, la madre, che ordinò
che la bara non doveva essere chiusa, perchè
Josué “contemplasse il popolo che lo seguiva”.
Nel suo nascondiglio clandestino, vivendo gli
ultimi giorni della sua luminosa esistenza,
Frank País inghiottiva nel silenzio il suo
dolore .
Poi, con uno di quegli impulsi meravigliosi e
quasi inesplicabili presenti nella sua
personalità profonda e sensibile, scrisse:
“A mio fratello”.
E sotto il titolo cominciò a sgranare i versi:
“Nervi d’uomo in un corpo giovane,
coraggio e valore in una tempra rapida,
occhi profondi e sognatori.
amore pronto e appassionato...” (Traduzione
Granma Int.)
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