Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5  

     

C U B A

  L'Avana. 27 Luglio 2012

   

Viviamo e conserviamo questa Rivoluzione da oltre mezzo secolo che è la grande prodezza del popolo cubano
Ha espresso il Generale dell’Esercito Raúl Castro, rivolgendosi ai cittadini di Guantanamo riuniti nella Piazza Mariana Grajales, nell’atto centrale per il 59º anniversario degli assalti alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspdes

“Poco a poco stiamo raggiungendo tutte le mete, pianificandole secondo le risorse che abbiamo disponibili”, ha espresso il Generale dell’Esercito Raúl Castro nella mattina del 26 di luglio, 59º anniversario dell’assalto alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes.

Viviamo e conserviamo questa Rivoluzione da oltre mezzo secolo che è la grande prodezza del popolo cubanoHa dichiarato che “siamo a conoscenza di tutti i problemi” che attraversa il paese. Si è riferito ai bassi salari ed ha affermato che finché non si avanzerà nella produzione e nella produttività, soprattutto nella produzione di alimenti per evitare spese per centinaia di milioni di dollari, non si potranno avere aumenti salariali. Così stiamo tutti, però viviamo e conserviamo questa Rivoluzione da oltre mezzo secolo che è la grande prodezza del popolo cubano.

Acclamato dal popolo riunito nella Piazza Mariana Grajales della provincia di Guantánamo, sede dell’atto centrale per il Giorno della Ribellione Nazionale, Raúl si è congratulato con i cittadini per l’atto celebrato, che ha definito esemplare. Così dovrebbero essere tutti gli atti, ha dichiarato, aggiungendo: “con una magnifica introduzione dei giovani artisti, durata solo 55 minuti”.

Visibilmente emozionato, il Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri ha espresso che “sentiamo un amore profondo per tutto il nostro paese, per tutta l’America Latina, e naturalmente per quei luoghi dove abbiamo visto combattere il popolo, dove abbiamo visto cadere decine di compagni, dove vibra la terra”. Qui la terra trema, perché non tremano gli uomini, ed ha continuato: “in tutta Cuba non tremano né gli uomini né le donne e lo abbiamo dimostrato per più di 50 anni”.

Ha ricordato che in questa terra ha combattuto insieme a tutti i suoi compagni del Secondo Fonte Orientale Frank País. Ha commentato ai cubani e le cubane che avvicinandosi a Guantánamo, stava vedendo con orgoglio le centinaia e centinaia di km che percorse Fidel dallo sbarco del Granma, a Las Coloradas, fino a Guisa. Anche noi ci estendemmo rapidamente con un fronte che raggiunse i 12 mila km quadrati grazie al lavoro preparatorio degli abitanti di questa provincia.

Ripercorrendo le lotte indipendentiste, Raúl ha descritto la fermezza del popolo, da coloro che cominciarono la prima guerra per la sovranità del paese nel 1868; a quelli che combatterono nella Guerra Chiquita; a Martí, che non cedette nonostante i fallimenti come quello della Fernandina, quando perse le armi che con tanto sforzo i lavoratori del tabacco cubani avevano riunito negli Stati Uniti, e sbarcò con Gómez attraverso Cajobabo per le gesta del 1895. Ha fatto riferimento all’intervento nordamericano che impedì ai mambises di entrare vittoriosi a Santiago de Cuba, dando inizio, come ha spiegato, ad esattamente 60 anni, dal 1 gennaio del 1899, ad un dominio totale degli Stai Uniti.

Ci lasciarono un inno, uno scudo ed una bandiera, “questo fu sufficiente per riconquistare tutto il resto”, ha sentenziato. Ha commentato che se si fa una comparazione tra l’ultimo censimento della popolazione effettuato dalla metropoli spagnola ed il primo degli interventisti nordamericani, si apprezza una considerevole diminuzione della popolazione cubana.

Però 60 anni dopo si mise fine a questa situazione, quando giunsero vittoriosi i barbudos di Fidel, ha sottolineato.

Raúl ha commentato che adesso i nemici si auspicano che succeda quanto accaduto il Libia, o quello che vorrebbero fare in Siria, però ha avvertito che questa è un’Isoletta pacifica, dove ai cubani piace ballare, fare amicizia con tutti, compresi gli Stati Uniti, però è un popolo vigoroso e se vogliono un confronto è meglio farlo nel baseball, dove Cuba a volte vince ed altre volte perde, ma nelle altre cose no.

Non si può dirigere il mondo, e meno se lo si fa con le menzogne ripetute, come faceva il ministro di propaganda di Hitler. Il giorno che vorranno, il pranzo è servito, gliel’ho già detto, se vogliono discutere lo faremo, sui diritti umani, sulla democrazia. Discuteremo di tutto, però a parità di condizioni. Ed anche dei problemi dei loro alleati, dell’Europa occidentale fondamentalmente.

Nel frattempo siamo qui con più cose o meno cose, però sempre con la cavalleria pronta, non si sa mai. Ed aggiungo, tuttavia, che “ancora una volta proclamo la nostra vocazione pacifica, però il nostro popolo sa difendersi, qua non bisogna dire a nessuno ciò che deve fare”.

(Traduzione Granma Int.).

 

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