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L'Avana. Cuba. Anno 14 - Lunedì 4 Gennaio  2010


Ripercussioni in Ecuador per la denuncia della cospirazione golpista 

La denuncia del presidente ecuadoriano, Rafael Correa, su una cospirazione in processo per destabilizzare il Governo e preparare un colpo di Stato, ha ricevuto un’ampia ripercussione nei media nazionali.

Uno degli accusati da Correa, il deputato Gilmar Gutiérrez, ex capitano dell’esercito e fratello dell’allora presidente e colonnello, Lucio Gutiérrez, tutti  e due dirigenti del Partito Società Patriottica, ha invitato Correa a mostrare prove della cospirazione, ha reso noto PL.

In una catena televisiva, Rafael  Correa ha assicurato che: “Abbiamo relazioni d’intelligenza che dimostrano con dati e cifre che inoltre stanno ricevendo aiuti non dal governo degli Stati Uniti, ma da organizzazioni dell’estrema destra di questo paese.

Il capo dello Stato ha avvertito che nella cospirazione potrebbero essere coinvolti certi membri delle forze armate, legati a gruppi dell’opposizione, ed ha segnalato che la cospirazione  potrebbe anche esprimersi nelle manifestazioni annunciate per il mese di gennaio.

“Questa è la nuova metodologia per destabilizzare i governi progressisti che non vogliono restare con la campanella al collo, obbedendo agli ordini stranieri”, ha detto ancora Correa, segnalando come esempio la posta elettronica con i messaggi che circolano, pieni di menzogne, nelle caserme. (Traduzione Granma Int.).
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LE RIFLESSIONI DI FIDEL
Il mondo mezzo secolo dopo
(da CubaDebate )

Si compiono due giorni dal 51º  anniversario del trionfo della Rivoluzione e accorrono alla mia mente i ricordi di quel 1º gennaio del 1959.

Nessuno di noi aveva mai avuto la peregrina idea  che trascorso mezzo secolo, che è passato volando, li staremmo ricordando come fosse ieri.

Durante la riunione nella centrale Oriente (lo zuccherificio), il 28 dicembre del 1958, con il comandante in capo delle forze nemiche, le cui unità scelte erano circondate e senza via d’uscita, questi riconobbe la sua sconfitta e si appellò alla nostra generosità per cercare una via d’uscita decorosa per il resto delle sue forze. Accettò l’accordo che gli proposi, anche se lo avvertii che le operazioni in corso proseguivano. Ma viaggiò per la capitale e, istigato dall’ambasciata degli Stati Uniti, promosse un colpo di Stato.

Ci preparavamo per i combattenti di quel giorno, il 1º gennaio, quando all’alba giunse la notizia della fuga del tiranno. Si impartirono ordini all’Esercito Ribelle, di non ammettere cessate il fuoco, e continuare i combattimenti su tutti i fronti. Attraverso Radio Rebelde si convocarono il lavoratori ad uno Sciopero Generale Rivoluzionario, assecondato immediatamente da tutta la nazione.

Il tentativo golpista fu sconfitto e nel pomeriggio di quello stesso giorno le nostre truppe vittoriose  penetrarono a Santiago di Cuba.

Il Che e Camilo ricevettero istruzioni d’avanzare rapidamente per la strada centrale in veicoli motorizzati e con le loro forze agguerrite verso La Cabaña e l’Accampamento Militare di Columbia. L’esercito avversario, colpito su tutti i fronti, non aveva la capacità di resistere. Lo stesso popolo sollevato occupò i centri della repressione ed i commissariati. 

Il giorno 2, nel pomeriggio, accompagnato da una piccola scorta, mi riunii nello stadio di Bayamo con più di duemila soldati dei carri armati, l’artiglieria e la fanteria motorizzata, contro i quali avevamo combattuto sino al giorno prima. Avevano ancora con sè le proprie  armi. C’eravamo guadagnati il rispetto dell’avversario con i nostri audaci, ma umanitari metodi irregolari di guerra.

In questo modo, in soli quattro giorni - dopo 25 mesi di guerra che iniziammo con pochi fucili – circa centomila armi d’aria, terra e mare e tutto il potere dello Stato restarono nelle mani della Rivoluzione. In poche linee ho raccontato quello che accadde in quei giorni di 51 anni fa.

Cominciò allora la battaglia principale: preservare l’indipendenza di Cuba di fronte all’impero più poderoso mai esistito, battaglia che il nostro popolo realizzò con grande dignità. Mi compiaccio oggi, osservando che al disopra d’incredibili ostacoli, sacrifici e pericoli, il popolo ha saputo difendere la nostra Patria e in questi giorni, assieme ai figli, i genitori e gli esseri più cari si gode l’allegria  e la gloria di ogni anno nuovo.

Non somigliano affatto ai giorni di ieri quelli di oggi. Viviamo in un’epoca nuova, che non somiglia in alcun modo  ad altre della storia.

Prima i popoli lottavano, e lottano ancora, con onore per un mondo migliore e più giusto, ma oggi devono lottare, inoltre e senza alternative possibili, per la sopravvivenza della propria specie. Non sappiamo assolutamente nulla se ignoriamo questo.

Cuba è senza dubbio uno dei paesi politicamente più istruito del pianeta. Era partita da un vergognoso analfabetismo e quel che era peggio: i nostri padroni yankee e la borghesi associati ai padroni stranieri erano i proprietari delle terre, delle fabbriche di zucchero, degli  impianti di produzione, dei beni di consumo, dei magazzini, dei negozi, dell’elettricità, dei telefoni, delle banche, delle miniere, delle assicurazioni, dei moli, dei bar, degli hotels, degli uffici, degli edifici,  dei cinema, delle tipografie, delle riviste, dei quotidiani, delle radio, della nascente televisione e di tutto quello che aveva un valore importante.

Gli yankee, spente le ardenti fiamme delle nostre battaglie per la libertà, si erano arrogati il diritto di pensare per un popolo che aveva tanto lottato per essere padrone della sua indipendenza, del sue ricchezze e del suo destino. Niente in assoluto, nemmeno il compito di pensare politicamente ci apparteneva.

In quanti sapevamo leggere e scrivere? In quanti si frequentavano tutte le scuole elementari?  Lo ricordo in modo particolare in un giorno come oggi, perchè questo era il paese che, si supponeva, apparteneva ai cubani. Non cito altre cose, perchè dovrei includerne molte altre, tra le quali le migliori scuole, i migliori ospedali, le case migliori, i migliori medici, i migliori avvocati.

In quanti avevamo diritto a tutto questo?

Quanti possedevano, salvo eccezioni, il diritto naturale e divino d’essere amministratori e capi?  Nessun milionario o soggetto ricco, senza eccezioni, smetteva d’essere capo di partito, senatore, rappresentante o funzionario importante. Questa era la democrazia rappresentativa e pura che imperava nella nostra Patria, e gli yankee imposero anche a loro gusto  dei tirannelli spietati e crudeli, quando conveniva di più ai loro interessi per difendere meglio le loro proprietà di fronte ai contadini senza terra ed agli operai con e senza lavoro.

Dato che nessuno parla più di tutto questo, mi avventuro a ricordarlo. 

Il nostro paese forma parte dei 150 che costituiscono il Terzo Mondo, che saranno i primi, anche se non gli unici, a soffrire per le incredibili conseguenze,  se l’umanità non prende coscienza con chiarezza, sicurezza e abbastanza rapidamente di quel che immaginiamo della realtà e delle conseguenze del cambio climatico provocato dall’uomo, se non si riesce ad impedirlo a tempo. 

I nostri mezzi di comunicazione di massa hanno dedicato spazi per descrivere gli effetti del cambio climatico. Gli uragani di crescente violenza, le siccità e altre calamità naturali hanno contribuito ugualmente all’educazione del nostro popolo sul tema. Un fatto singolare, la battaglia attorno al cambio climatico che è avvenuta nel Vertice di Copenaghen, ha contribuito alla conoscenza dell’imminente pericolo. Non si tratta di un pericolo lontano per il XXII secolo, ma per il XXI e non lo è nemmeno per la seconda metà di questo, ma per i prossimi decenni nei quali cominceremo già a soffrire le sue penose conseguenze.

Non si tratta nemmeno di una semplice azione contro l’impero e i suoi seguaci che in questo, come in tutto cercano d’imporre i loro stupidi ed egoistici interessi, ma d’una battaglia d’opinione mondiale che non si può lasciare alla spontaneità ed al capriccio della maggioranza dei loro mezzi di comunicazione.

È una situazione che per fortuna conoscono milioni di persone oneste e coraggiose nel mondo, una battaglia da sferrare con le masse e nel seno delle organizzazioni sociali e delle istituzioni scientifiche, culturali, umanitarie, e di altre di carattere internazionale, ma soprattutto nel seno delle Nazioni Unite, dove i governi degli Stati Uniti e dei loro alleati della NATO e dei paesi più ricchi hanno cercato d’assestare in Danimarca un colpo fraudolento ed anti democratico contro il resto dei paesi emergenti e poveri del Terzo Mondo.

A Copenaghen la delegazione cubana che ha partecipato assieme ad altre dell’ALBA e del Terzo Mondo, è stata obbligata ad una lotta a fondo di fronte agli incredibili fatti originati con il discorso del presidente yankee, Barack Obama e del gruppo degli stati più ricchi del pianeta, decisi a smantellare gli impegni vincolanti di Kioto – dove più di 12 anni fa si discusse il grave problema – e far cadere il peso dei sacrifici sui paesi emergenti e sotto sviluppati, che sono i più poveri e sono anche i fornitori di materie prime e di risorse non rinnovabili del pianeta per i più sviluppati e opulenti.

A Copenaghen, Obama si è presentato l’ultimo giorno della Conferenza iniziata il 7 dicembre. Il peggio della sua condotta è stato che quando aveva deciso d’inviare 30.000 soldati al massacro in Afganistan – un paese di forte tradizioni indipendentiste  che nemmeno gli inglesi nei loro migliori e più crudeli tempi riuscirono a sottomettere -  è andato ad Oslo per ricevere nientemeno che il Premio Nobel della Pace.

Nella capitale della Norvegia è giunto il 10 dicembre ed ha pronunciato un discorso vuoto, demagogico e giustificativo. Il 18, che era la data dell’ultima sessione del Vertice, è apparso a Copenaghen dove pensava di rimanere inizialmente solo 8 ore. Il giorno prima erano giunti la Segretaria di Stato ed un gruppo selezionato dei suoi miglior strateghi.

La prima cosa che ha fatto Obama è stata selezionare un gruppo d’invitati che hanno ricevuto l’onore di accompagnarlo a pronunciare un discorso nel Vertice. Il Primo Ministro danese, che presiedeva il Vertice, compiacente e adulatore, ha ceduto la parola al gruppo di appena 15 persone. Il capo imperiale meritava onori speciali. Il suo discorso è stato una miscela di parole dolcificate e condite da gesti teatrali, che già annoiano coloro che come me  si assegnano il compito d’ascoltarlo per cercare d’essere obiettivi nell’apprezzamento delle sue intenzioni politiche e delle sue caratteristiche.

Obama ha imposto al suo docile anfitrione danese di permettere di parlare solo ai suoi invitati e lui, dopo aver detto la sua, è scomparso da una porta di servizio come un  folletto che fugge da un auditorio che gli ha fatto l’onore di ascoltarlo con interesse.

Conclusa la lista autorizzata degli oratori, un indigeno Aymara di pura razza, Evo Morales, presidente della Bolivia, appena rieletto con il 65% dei voti, ha reclamato il diritto di parlare, concesso solo di fronte ad un applauso scrosciante dei presenti. In soli nove minuti ha espresso profondi e degni concetti che rispondevano alle parole dell’assente presidente degli Stati Uniti.

Poi si è  alzato Hugo Chávez per chieder di parlare a nome della Repubblica Bolivariana del Venezuela e a chi presiedeva la sessione non è rimasto altro da fare che concedergli la parola, utilizzata per improvvisare uno dei più brillanti discorsi che ho mai ascoltato da lui. Quando ha terminato, un colpo di martello ha posto fine all’insolita sessione.

L’occupatissimo Obama ed il suo seguito non avevano, senza dubbio alcuno, un minuto da perdere. Il suo gruppo aveva elaborato un progetto di dichiarazione pieno di  sciocchezze, che era la negazione del Protocollo di Kioto. Dopo la sua rapida uscita precipitosa dalla sala generale, Obama si è riunito con altri gruppi d’invitati che non erano nemmeno 30, ed ha negoziato privatamente ed in gruppo, ha insistito, ha menzionato cifre milionarie di biglietti verdi senza copertura in oro, che si svalutano costantemente, ed ha persino minacciato di andarsene dalla riunione se non si accettavano le sue proposte.

Il peggio è che si è trattato di una riunione di paesi super ricchi, alla quale  sono state invitate varie delle nazioni emergenti più importanti e due o tre tra le povere, alle quali è stato sottoposto il documento come chi propone: Prendere o lasciare!”

Questa dichiarazione confusa, ambigua e contraddittoria – alla cui discussione non ha partecipato per niente l’organizzazione delle Nazioni Unite – il primo  ministro danese ha cercato di presentarla  come l’Accordo del Vertice, che aveva già concluso il suo periodo di sessioni, quando tutti i capi di Stato e di  governo, i ministri degli esteri erano tornati nei rispettivi paesi. Alle tre di mattina il distinto primo ministro danese lo ha presentato all’Assemblea Generale, dove centinaia di stanchissimi funzionari che non dormivano da tre giorni, hanno ricevuto il suo vergognoso documento, offrendolo loro solo un’ora per analizzarlo e decidere la sua approvazione.

Lì s’incendiò la riunione. I  delegati non avevano avuto nemmeno il tempo  di leggerlo. Vari sollecitarono la parola. Il primo fu quello di Tuvalu, le cui isole spariranno sott’acqua se si approvava quello che proponevano; seguirono quelli di Bolivia, Venezuela, Cuba e Nicaragua. Lo scontro dialettico a quelle 3 di mattina del 19 dicembre è degno di passare alla storia, se la storia durerà molto tempo dopo il cambio climatico.

Dato che gran parte di quel che è avvenuto si conosce a Cuba o si trova nelle pagine Web d’Internet, mi limiterò ad esporre in parte le dure repliche del Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, degne d’essere  considerate per conoscere gli episodi finali della telenovela di Copenghen e gli elementi dell’ultimo capitolo, che non sono ancora stati pubblicati nel nostro paese.

“Signor Presidente, Primo Ministro della Danimarca. Il documento che lei varie volte ha affermato che non esisteva, ora appare. Tutti abbiamo visto versioni che circolano in maniera surrettizia e che si discutono in piccoli conciliaboli segreti, al di fuori delle sale in cui la comunità internazionale, attraverso i suoi rappresentanti, negozia in maniera trasparente.”

“Sommo la mia voce a quella dei rappresentanti di Tuvalu, Venezuela e Bolivia.

Cuba considera estremamente insufficiente ed inammissibile il testo di questo progetto apocrifo."

"Il documento che lei disgraziatamente presenta, non presenta impegni  di sorta sulla riduzione delle emissioni dei gas con effetto serra.”

“Conosco le versioni precedenti che, anch’esse attraverso procedimenti discutibili e clandestini, sono state negoziate in gruppi serrati, e che parlavano almeno di una riduzione del 50% per l’anno 2050.”

“Il documento che lei presenta adesso omette esattamente le già magre e insufficienti frasi chiave che quelle versioni contenevano. Questo documento non garantisce in alcun modo l’adozione di misure minime che permettano d’evitare una gravissima catastrofe per il pianeta e per la specie umana”.

“Questo vergognoso documento che lei porta è anche carente e ambiguo in relazione all’impegno  specifico di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati, responsabili del riscaldamento globale, del livello storico e attuale delle  loro emissioni e ai quali corrisponde applicare riduzioni sostanziali in maniera immediata. Questo documento non contiene nemmeno una parola d’impegno, Signor Presidente, ma è il certificato di morte del Protocollo di Kioto, che la mia delegazione non accetta.”

“La delegazione cubana desidera sottolineare l’importanza del principio di responsabilità comuni, ma differenziate, come concetto centrale del futuro processo di negoziato. Il suo  pezzo di carta non dice una parola di tutto questo.”

"La delegazione di Cuba reitera la sua protesta per le gravi violazioni del procedimento utilizzate nella conduzione antidemocratica del processo di questa Conferenza, soprattutto per l’utilizzo di formati di dibattito e di negoziato arbitrari,  discriminatori e di esclusione.”

“Signor Presidente, le chiedo formalmente che questa dichiarazione sia raccolta nella relazione finale sui lavori di questa disgraziata e vergognosa 15ª Conferenza delle Parti.”

Quello che nessuno poteva immaginare è che dopo una lunga interruzione,  quando già tutti si pensava che mancavano solo gli elementi formali per concludere il Vertice, il Primo Ministro del paese sede, istigato dagli yankee, avrebbe fatto un nuovo tentativo per far passare il documento come consenso del Vertice, quando non restavano nemmeno i Ministri degli Esteri nel plenario.

I delegati di Venezuela, Bolivia, Nicaragua e Cuba, che sono rimasti  vigilanti e senza riposo sino all’ultimo minuto, hanno frustrato l’ultima manovra a Copenaghen.

Ma senza dubbio non si è concluso il problema.

I poderosi non sono abituati e non ammettono la resistenza. Il 30 dicembre, la Missione Permanente della Danimarca presso le Nazioni Unite a New York, ha informato  cortesemente la nostra missione in questa città, che aveva preso nota dell’Accordo di Copenaghen del 18 dicembre del 2009, e aggiungeva una copia avanzata di questa decisione. Testualmente affermando: “Il Governo della Danimarca nella sua qualità di Presidente della COP 15, invita le Parti della Convenzione ad informare per scritto la Segreteria della UNFCCC,  il più rapidamente possibile della propria volontà d’associarsi all’ accordo di Copenaghen”.

Questa sorprendente  comunicazione è stata motivo della risposta della Missione Permanente di Cuba presso la ONU, nella quale si respinge  l’intenzione di far approvare per via indiretta un testo che è stato oggetto di condanna di varie delegazioni, non solo per la sua insufficienza di fronte ai gravi effetti del cambio climatico, ma anche perchè risponde esclusivamente agli interessi di un ridotto gruppo di Stati.

Trascriviamo alcuni paragrafi da una lettera del primo Viceministro del Ministero di Scienza, Tecnologia e Medio Ambiente della Repubblica di Cuba, Dottor Fernando González Bermúdez, inviata al Signor  Yvo de Boer, Segretario Esecutivo della Convenzione Cornice delle Nazioni Unite sul  Cambio Climático:

“Abbiamo ricevuto con sorpresa e preoccupazione la nota che il Governo della Danimarca fa circolare alle Missioni Permanenti degli Stati membri delle Nazioni Unite a New York, che Lei sicuramente conosce, mediante la quale si invitano gli Stati parte della Convenzione cornice delle Nazioni Unite sul cambio climatico ad informare la Segreteria Esecutiva, per scritto, con la più stretta convenienza, il desiderio di associarsi al detto Accordo di Copenaghen.

Abbiamo osservato con ulteriore preoccupazione  che il Governo della Danimarca comunica che la Segreteria Esecutiva della Convenzione includerà nella relazione della Conferenza della Parti effettuata a Copenaghen, una lista degli Stati Parte che hanno manifestato la volontà d’associarsi al citato accordo.

A giudizio della Repubblica di Cuba, questa forma d’attuare costituisce una brutale e riprovevole violazione di quanto deciso a Copenaghen, dove gli Stati Parte, di fronte all’evidente mancanza di consenso, si sono limitati a prendere nota dell’esistenza di detto documento.

Nulla di quanto accordato nella 15 COP autorizza il Governo della Danimarca ad adottare questa azione e tanto meno la Segreteria Esecutiva, d’includere nella relazione finale una lista degli Stati Parte, per cui non ha il mandato.

Devo indicarle che il Governo della Repubblica di Cuba respinge nella maniera più ferma questo nuovo tentativo di legittimare per via indiretta un documento spurio e reiteriamo che questa forma d’attuare compromette i risultati dei futuri negoziati, pone un pericoloso precedente per i lavori della Convenzione e danneggia in particolare lo spirito dl buona fede con cui le delegazioni dovranno continuare il processo dei negoziati il prossimo anno”, conclude il primo Viceministro di Scienza, Tecnologia e Medio Ambiente di Cuba.

Molti sanno,  soprattutto i movimenti sociali e le persone meglio informate delle istituzioni umanitarie, culturali e scientifiche, che il documento promosso dagli Stati Uniti costituisce un  passo indietro dalle posizioni raggiunte da coloro che si sforzano per evitare una colossale catastrofe per la nostra specie. Sarebbe ozioso ripetere qui cifre e fatti che lo dimostrano matematicamente.

I dati nelle pagine Web d’Internet sono a portata di un crescente numero di persone che s’interessano al tema. 

La teoria con cui si difende l’adesione al documento è debole e implica una retrocessione. S’invoca l’idea ingannatrice che i paesi ricchi apporterebbero la misera somma di 30.000 milioni di dollari in tre anni ai paesi poveri per sostenere le spese che implica affrontare il cambio climatico, cifra che si potrebbe elevare a 100.000 l’anno nel 2020, cioè quello che in questo gravissimo problema equivale ad aspettare le calende greche...  

Gli specialisti sanno che queste cifre sono ridicole, inaccettabili per il volume degli investimenti che sono necessari. L’origine di queste somme è vaga e confusa in modo che non impegno nessuno.

Qual’è il valore di un dollaro? Che significano 30.000 milioni? Tutti sappiamo che da Bretton Woods, nel 1944, sino all’ordine presidenziale di Nixon nel 1971 —impartito per gettare sull’economia mondiale le spese della guerra genocida contro il Vie nam - il valore di un dollaro misurato in oro si ridusse sino ad essere oggi, in maniera approssimata, 32 volete minore d’allora; 30.000 milioni significano meno di mille milioni e 100.000 mila diviso per 32 equivale  a 3.125, che non raggiungono attualmente quanto basta per costruire una raffineria di petrolio di media capacità.

Se i paesi industrializzati compissero una volta la promessa di apportare a coloro che sono in via di sviluppo lo 0.7% del loro PIL - una cosa che, a parte pochissime eccezioni, non hanno mai fatto – la cifra sarebbe di almeno 250.000 milioni di dollari ogni anno.

Per salvare le banche  il governo degli Stati Uniti ha speso 800.000 milioni.  Quanto sarebbe disposto a spendere per salvare  9000 milioni di persone che abiteranno il pianeta nel 2050, se prima non si producono grandi siccità e inondazioni provocate dal mare,  per via del disgelo e delle grandi masse di acqua congelata della Groenlandia e dell’Antartide?

Non ci facciamo ingannare. Quello che gli Stati Uniti hanno preteso con le loro manovre a Copenaghen è dividere il Terzo Mondo, separare di più i150 paesi sottosviluppati dalla Cina, India, Brasile, Sudafrica e altri con i quali dobbiamo lottare, uniti, per difendere a Bonn e in Messico, o in qualsiasi altra Conferenza internazionale, assieme alle organizzazioni sociali, scientifiche e umanitarie, veri accordi che beneficino tutti i paesi e preservino l’umanità da una catastrofe che può condurre all’estinzione della nostra specie.

Il mondo ha sempre più informazioni, ma i politici hanno sempre meno tempo per pensare.

Le nazioni ricche e i loro leaders, includendo il Congresso degli Stati Uniti, sembrano discutere su chi sarà l’ultimo a sparire. 

Quando Obama avrà concluso le 28 feste con cui si è proposto di festeggiare questo Natale, se tra queste c’è anche quella dei Tre Re Magi, speriamo che  Gaspare, Melchiorre e Baldassarre lo consiglino su quello che dovrà fare.  Vi prego di scusarmi per l’estensione, non volevo dividere in due parti questa Riflessione e chiedo scusa ai pazienti lettori.  
 

Fidel Castro Ruz - 3 gennaio del 2010
Ore 15.16 (Traduzione Gioia Minuti)

- RIFLESSIONI FIDEL
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La ONU pone in marcia l’Anno Internazionale della Biodiversità

Víctor M. Carriba     

Nazioni Unite - Con l’inizio del 2010, le Nazioni Unite hanno posto in marcia L’Anno Internazionale della Biodiversità, proclamato dall’Assemblea Generale per cercare ci ridurre la crescente perdita di specie vive nel pianeta. 

La celebrazione prevede un vasto piano d’attività tra le quali una riunione d’alto livello che si svolgerà il 21 e 22 gennaio, nella sede dell’Organizzazione della ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco), a Parigi. 

Inoltre si realizzeranno altri Forum in città della Norvegia, India, Quasar, Colombia, Cina, Kenia ed a New York durante la prossima 65ª Assemblea Generale di settembre, prima d’una Conferenza Finale in dicembre, a  Kanazawa, Japón. 

In una dichiarazione appena diffusa, la segretaria della Convenzione sulla Diversità Biologica - CDB - ha segnalato che la varietà della vita sulla Terra è essenziale per il sostenimento dei sistemi che sostentano la salute, il benessere, l’alimentazione, i combustibili e tutti i servizi essenziali.

Inoltre ha segnalato che l’attività umana provoca la distruzione della diversità ad una scala accelerata. 

La CDB conta sulla firma di 193 paesi, dalla sua creazione durante il detto Vertice della Terra di Río de Janeiro, nel 1992. 

Questo strumento si fonda nella premessa che la diversità degli ecosistemi purifica l’aria e le acque, che sono la base della avita, della stabilità e del clima moderato nel pianeta.

Dati della ONU indicano che attualmente ci sono quasi 48.000 specie minacciate in tutto il mondo e che 17.000 sono in pericolo d’estinzione.

Questo rischio danneggia il 21% dei mammiferi, il 12% degli uccelli, il 28% dei rettili, il 37% dei pesci d’acqua dolce, oltre al 70% delle piante e il 35% degli invertebrati. (PL/Traduzione Granma Int.).
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Un’enorme passerella internazionale nel 2009  

La visita di 40 capi di Stato, quasi la metà latinoamericani, ministri degli esteri,  alte personalità ed anche artisti di fama  internazionale, hanno trasformato Cuba, che non se lo era proposto, in un’enorme passerella internazionale.

La politica estera  cubana ha realizzato numerosi successi in vari Forum al margine della retorica dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, con una leggera riduzione delle ostilità verso l’Isola, paragonata a quella del suo predecessore, George W. Bush.

Agli inizi dell’anno, Cuba ha ratificato la Convenzione Internazionale per la Protezione delle persone, contro le scomparse forzate, ed ha presentato a Ginevra la relazione nazionale per l’esame periodico universale del Consiglio dei Diritti Umani.

Dopo aver presieduto  il Movimento dei paesi Non Allineati, (MNOAL), dal 2006, Cuba ha passato la presidenza all’Egitto nel luglio scorso, con un’organizzazione rivitalizzata che prima aveva riunito a L’Avana 60 ministri degli esteri e 142 delegazioni 112 di paesi membri.

Durante tutto l’anno delegazioni di tutti i punti cardinali hanno toccato la terra in Cuba e si sono riunite con le autorità del paese, includendo il presidente

Raúl Castro, ed alcuni hanno anche incontrato il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro.

Vari Presidenti dell’Alleanza bolivariana per i Popoli di Nuestra America - ALBA - come quello del Venezuela, Hugo Chávez, dell’Ecuador, Rafael Correa, della Bolivia, Evo Morales, del Nicaragua, Daniel Ortega, sono stati varie volte a L’Avana.

A questi quattro Presidenti, si sono sommati i loro omologhi del Cile,

Michelle Bachelet, dell’Argentina, Cristina Fernández, del Guatemala, Álvaro Colom, del Paraguay, Fernando Lugo, ed il dominicano, Leonel Fernández, come l’ex capo di Stato panamense, Martín Torrijos, ed il deposto presidente dell’Honduras, José Manuel Zelaya, che hanno realizzato visite nella nazione cubana 

L’ampia agenda dei leaders è stata caratterizzata dalla firma di accordi in materia sanitaria, dell’educazione, dei medicinali e dell’energia, oltre ad un ampio appoggio politico dato a cuba nella lotta contro il blocco statunitense.

Il momento più intenso dell’appoggio dato all’Isola si è verificato nel Vertice delle Americhe, a Puerto España, la capitale di Trinidad y Tobago, quando i presidenti hanno chiesto ad Obama di terminare questi cinque decenni di ostilità.

Sei mesi dopo, in ottobre, la comunità internazionale, nella riunione generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite - ONU - in  una votazione record e quasi unanime, ha reclamato l’eliminazione del blocco di Washington contro L’Avana.

La lista delle personalità che hanno visitato Cuba include anche presidenti africani, asiatici e due europei (Croazia e Cipro ) oltre a leaders parlamentari, congressisti statunitensi e dirigenti di organismi dipendenti dalla ONU.

Il direttore generale della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), Koichiro Matsuura, e l’allora presidente dell’ Assemblea Generale della ONU, il nicaraguense Miguel D'Escoto, sono stati a L’Avana.

Anche il direttore generale dell’Organismo Internazionale dell’Energia Atomica (OIEA), Mohamed El-Baradei, e la direttrice dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), Margaret Chan hanno visitato l’Isola.

Durante la sua permanenza la dottoressa  Chan, che è stata ricevuta da Fidel Castro, ha elogiato il sistema sanitario cubano ed ha annunciato l’invio di vaccini per affrontare la pandemia dell’influenza A H1N1, che ha provocato 41 decessi nell’Isola.

I viaggi del ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, e dei commissari europei Louis Michel, Karel De Gucht e Benita Ferrero-Waldner hanno iniziato un lungo processo di normalizzazione delle relazioni tra l’Unione Europea (UE) e Cuba.

L’impegno di Moratinos e l’interesse cubano hanno l’obiettivo di smontare la detta “posizione comune” presa dalla UE nel 1996, su istanza dell’allora capo del governo spagnolo, José María Aznar, e di noti gruppi anticubani del sud della Florida.

Ma se un fatto ha avuto ripercussioni straordinarie, è stato senza dubbio il Concerto Pace senza Frontiere, che ha accolto nella Plaza de la Revolución più di un milione di persone, assieme ad artisti internazionali come Juanes, Olga Tañón, Miguel Bosé ed un altro centinaio d’interpreti.

La vittoria elettorale di Mauricio Funes in El Salvador, alla metà dell’anno e l’annuncio dello ristabilimento delle relazioni, ha permesso a Cuba di completare i suoi vincoli diplomatici con tutta la regione.

La visita del vice presidente Salvador Sánchez ha confermato l’accordo con L’Avana. Inoltre il buono stato dei vincoli con l’America Latina è stato confermato con la visita della ministra degli Esteri del Messico, Patricia Espinosa, che ha annunciato un possibile viaggio del presidente Felipe Calderón nell’Isola e che ha invitato Raúl Castro ad andare in Messico.

In questo modo la diplomazia cubana ha avuto una ricca agenda con tutte le aree geografiche ed ha incluso anche la recente partecipazione al Vertice di Copenaghen sul cambio climatico (PL / Traduzione Granma Int.).
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Statu Uniti  
Annullate le accuse  contro i mercenari di Blackwater che uccisero 17 iracheni  

Un giudice federale ha annullato le accuse per omicidio contro i dipendenti dell’impresa  Blackwater, relazionate con la morte di 17 civili nel 2007, ha assicurato il The New York Times.

Il magistrato Ricardo Urbina ha dichiarato che  il governo degli Stati Uniti aveva violato i diritti dei mercenari usando le dichiarazioni degli accusati a cui era stata concessa l’immunità per rendere più agili le investigazioni.

Blackwater è una delle tre imprese di sicurezza che operano negli USA - le altre sono Triple Canopy e DynCorp Internacional - e si beneficia di un accordo per due milioni di dollari concesso da Washington.

Il suo nome è relazionato con il fatale incidente del 16 settembre del 2007, quando un gruppo di suoi dipendenti sparò contro i civili in Piazza Al Nasur, con un saldo di 17 morti.

Blackwater per anni ha assunto e fornito personale paramilitare per la protezione di convogli edifici installazioni militari e funzionari di governo.

Le autorità irachene si mostrarono contrariate quando fu presa la decisione di giudicare gli accusati  negli Stati Uniti invece che a Baghdad, ed ora lamentano la decisione di Urbina e: “Continueremo nel procedimento di rigore per condannare i responsabili e preservare i diritti degli iracheni danneggiati”, ha affermato nella nazione araba il portavoce ufficiale, Ali al Dabagh.

“Il Governo iracheno seguirà i procedimenti di rigore per poter processare i responsabili dell’impresa menzionata e preservare i diritti dei cittadini iracheni danneggiati  e delle loro famiglie”, ha affermato il portavoce del Governo iracheno, Ali al Dabagh.

Un giudice statunitense ha annullato le accuse presentate contro i cinque vigilanti di  Blackwater che erano sotto processo per la morte di 14 persone, nel 2007, nel centro di Baghdad.

Nella  dichiarazione  pubblica, il portavoce iracheno ha detto che investigazioni realizzate in Iraq dimostrano che gli agenti privati di Blackwater “hanno commesso un grave delitto” ed hanno violato le norme che impediscono d’usare armi senza alcuna giustificazione.

“Il Governo iracheno lamenta tutto questo ed è molto deluso dalla decisione del tribunale statunitense”, ha aggiunto il portavoce, indicando che tra i vari passi che stanno studiando esiste la possibilità di denunciare la Blackwater, che ha cambiato il suo nome  in Xe Services.

Un assessore del Consiglio dei ministri dell’Iraq, Saad al Mutalibi,

ha annunciato in una dichiarazione alla catena del Qatar di televisione, Al Jaazira, che il Governo iracheno appellerà la sentenza di fronte ai tribunali degli Stati Uniti.

“Si appellerà contro questa decisione nei tribunali statunitensi, e se non si risolverà adeguatamente, questo definitivamente aggiungerà ulteriore tensione nelle relazioni tra i due paesi” ha detto Al Mutalibi.

“La legalità e i procedimenti dei tribunali – ha aggiunto- non dovrebbero evitare che si giudichino i criminali e si stabiliscano giuste sentenze”.

La sparatoria avvenne quando le guardie della compagnia accompagnavano una delegazione del Dipartimento di Stato nordamericano che visitava Baghdad.

Dopo la sparatoria del 2007, il Governo iracheno decise di sospendere la licenza della compagnia.

I cinque agenti privati -Paul Slough, Nicholas Slatten, Evan Liberty, Dustin Heard y Donald Ball- sono stati accusati di omicidio volontario e infrazione nell’uso delle armi per la morte di 14 civili e per le ferite provocate a più di 20 persone.

Nella sparatoria morirono 17 persone, ma le investigazioni del FBi stabilirono che solo tre delle 17 uccisioni in Piazza  Al Nasur, di Baghdad, si potevano giustificare come una risposta ad un’imminente minaccia.(Traduzione Granma Int.).
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LA GUERRA INFINITA  
Otto morti nel primo attentato dell’anno  in Paquistan 

Nestor Marin     
 

Almeno otto persone sosno morte per le esplosioni avvenute in due paesi a nordovest del Paquistan, un paese dove l’ondata degli attentati con bombe è costata la vita a più di mille persone durante l’anno appena terminato.

Il canale di televisione, Geo News, ha reso noto che  un suicida ha fatto saltare un veicolo carico di esplosivi contro la parte di un’installazione sportiva, mentre si stava giocando una partita di pallavolo nel paese di Shah Hassankhel, in Provincia della Frontiera del Nordovest.

Lo scoppio ha ucciso tre persone e ne ha ferite molte altre, ha assicurato  l’ufficiale di polizia  Ayub Khan.

Nella stessa zona tribale alla frontiera con ‘Afganistan, ma nel villaggio di

Salarzai, nel distretto di Bajaur, l’ esplosione di una bomba al passaggio di un veicolo ha ucciso i cinque occupanti dell’automobile.

In accordo con il reportage di Geo News, tra le vittime c’è il capo tribale Sardar Malik Gul Shali.

Gli attacchi sono molto numerosi in Paquistan, dalla metà dell’ottobre  quando l’esercito ha lanciato un’offensiva a grande scala contro la zona tribale del Waziristán del Sud, alla frontiera con l’Afganistan, considerata il principale ridotto degli insorgenti islamici.(PL /Traduzione Granma Int.) 

TERRITORI OCCUPATI  

Più di 7.500 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane.

Lo denuncia in un rapporto il Ministero palestinese per il Tema dei Prigionieri, citato da PressTV.

Il rapporto rivela il numero di detenuti palestinesi fino al 2009.

Secondo il Ministero, tra i detenuti palestinesi ci sono 310 bambini. Inoltre più di 300 palestinesi sono stati rinchiusi senza processo.

Tra i prigionieri figurano diversi parlamentari, esponenti politici, per lo più, del movimento di Hamas.

Dal 1967 e fino ad oggi – dichiara ancora il Ministero - circa 200 palestinesi hanno perso la vita nelle carceri israeliane.(Irib)
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