Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5

    

E S T E R I

L'Avana. 20 Novembre2009

Sa di pericolo

Deisy Francis Mexidor

Il governo di Barack Obama ha affrontato la sua prima prova politica interna, appena un anno dopo la sua storica vittoria elettorale, che ha portato alla poltrona presidenziale il primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, catapultatovi dal suo “Yes, we can”.

Le elezioni per gli Stati di Virginia e New Jersey, dominate dai repubblicani martedì 3 novembre, erano annunciate come un possibile “barometro” per misurare il polso politico dell’attuale esecutivo. E così è stato, anche se la Casa Bianca dice il contrario. Il portavoce, Robert Gibbs, ha cercato addirittura di minimizzare la questione quando, rispondendo ai giornalisti, aveva preventivamente affermato che “non importa quel che succeda, le elezioni non avranno ripercussioni nel lavoro amministrativo di Washington”.

Ma la realtà è innegabile: in entrambi gli Stati i democratici hanno perso il controllo, restando senza il voto degli elettori indipendenti, un segnale preoccupante per Obama, vincitore, appena 12 mesi fa in quegli stessi stati e anche un avviso anticipato per il suo partito, in vista alle elezioni di metà periodo o di medio termine, da celebrarsi nel 2010.

Ricordate che gli elettori indipendenti, quelli non registrati in nessuno dei partiti, sono conosciuti come la pietra angolare delle elezioni statunitensi, visto che, frequentemente, ne decidono il vincitore. Nel 2008 sono stati la chiave per la vittoria di Obama in Virginia ed in altri stati.

Così, il trionfo di Bob McDonnell sul democratico R. Creigh Deeds, e del repubblicano Chris Christie sull’impopolare governatore Jon Corzine, in New Jersey, sono state una doppia vittoria per un partito Repubblicano, che cerca di rivivere, come la fenice, dalle sue stesse ceneri.

Nel frattempo, nella città di New York, il multimilionario sindaco Michael Bloomberg – che concorrerà in due liste, quella repubblicana e quella indipendente – si è assicurato un terzo periodo in un’elezione che si credeva sarebbe stata relativamente facile per lui, secondo informazioni della stampa.

Come c’era da aspettarsi, i risultati in quei comizi, sollevano già dubbi circa l’umore dell’elettorato – che comincia a chiedersi perché non ha visto materializzarsi molte promesse fatte durante la campagna elettorale – lo stato dell’ampia coalizione che ha portato l’attuale presidente alla Stanza Ovale ed addirittura circa i limiti della sua influenza.

In particolar modo, la riforma della salute, priorità numero uno della politica interna, rimarrà nel limbo delle decisioni – o meglio, delle indecisioni – visto che proprio il 3 novembre, poche ore prima la chiusura delle urne negli stati interessati, il leader della maggioranza democratica nel Senato, Harry Reid, ha reso più di un annuncio, una mazzata: è possibile che il Congresso non riesca ad approvare la polemica riforma sanitaria quest’anno, come Obama aveva assicurato. Ovviamente, ciò sarebbe molto pericoloso, perché si sposterebbe la spinosa questione al 2010, anno elettorale, nel quale numerosi congressisti cercheranno di tenersi il proprio seggio.

È anche curioso che Deeds e Corzine si siano portati il peso della sconfitta, a dispetto degli stessi sforzi del presidente, che ha condotto una campagna personale in loro favore. Il fiasco potrebbe anche mettere in discussione, qualcuno specula, quanto sarà permesso di realizzare nel futuro ad Obama nelle questioni di Governo, quali possibilità avranno i democratici di mantenere il proprio potere nel Congresso, e nelle statali.

Nel 2006 e 2008 i democratici hanno cominciato il loro successo con le vittorie in Virginia, mentre New Jersey è uno “degli stati considerati al salvo dall’assedio repubblicano. Tuttavia, interviste con gli elettori di entrambi gli stati martedì, hanno mostrato che i democratici avevano ragioni per preoccuparsi, ed i repubblicani per illudersi” ha sottolineato uno studio de AP.

Adesso, anche se si cerca di togliere loro  importanza, questi risultati contano, soprattutto a distanza di un anno, durante il quale la situazione negli Stati Uniti mantiene segnali in rosso: la recessione continua, anche se si afferma che “il peggio della crisi è passato”. Lo scenario del lavoro continua a deteriorarsi. Le risposte che esigono milioni di immigranti illegali non arrivano. L’ossigeno del riscatto non impedisce che “altri grandi” chiedano protezione per bancarotta e persone come Karen (chiamiamola così) si chiedono “In che modo si aspettano che parli di politica se ho perso la casa e non ho un lavoro?” (Traduzione Granma Int.)
 

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