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Nel mio paese trattano meglio i cani
che i prigionieri di Guantánamo
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Ha assicurato Cindy Sheehan in un
corteo-veglia di protesta
realizzato nei pressi della base navale
Granma
Int. – Se negli Stati Uniti i cani venissero
trattati con la crudeltà con cui vengono trattati i
detenuti nel carcere di Guantánamo, si produrrebbe
sicuramente una sollevazione popolare da parte dei
padroni di questi animali, ha enfatizzato la
pacifista Cindy Sheehan, il cui figlio Casey è stato
ucciso in Iraq nel 2004.
Mamma
pace, com’è conosciuta l’antimilitarista
nordamericana, ha guidato giovedì un corteo-veglia
nei pressi dell’enclave militare per chiedere la
fine delle torture e la chiusura del tenebroso
carcere, situato in un territorio illegalmente
occupato dal governo yankee contro la volontà del
popolo cubano.
La
protesta ha coinciso con il quinto anniversario
dell’apertura della detta prigione, dove vengono
tuttora illecitamente detenute 400 persone,
sottoposte a torture, abusi ed alle più inumane
condizioni di vita.
“In
memoria di mio figlio e di tutti coloro che possono
essere salvati dalla morte, rivolgo un appello al
presidente Bush affinchè fermi l’odio, la menzogna,
la violenza e chiuda questo carcere che tanto danno
ha fatto al popolo nordamericano, oltre a
contribuire a rendere il mondo più insicuro”, ha
espresso la Sheehan.
I più
di 10 componenti della delegazione internazionale di
pacifisti hanno assicurato che i loro cuori sono
vicini a Zohra Zewawi, anche lei presenti alla
manifestazione e madre del giovane libico Omar
Deghayes, prigioniero da circa cinque anni
nell’enclave militare.
Zohra,
con il volto segnato dall’angustia e dal dolore, ha
esortato le madri con figli reclusi a Guantánamo a
non perdersi d’animo nella lotta per la liberazione
dei loro cari.
La
protesta pacifista è avvenuta poche ore dopo
l’annuncio da parte di Bush dell’invio di più di
20.000 soldati verso l’Iraq ed è stata sostenuta da
manifestazioni a Londra, Birmingham e in altre città
del mondo.
La
veglia è iniziata con una funzione religiosa, che ha
visto l’intervento dei reverendi cubani Raúl Suárez
(direttore del Centro Martin Luther King), Carlos
Rivero, Amelio Palmero e Asael Corrales, membri del
Consiglio delle Chiese di Cuba.
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