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L A   N O S T R A   A M E R I C A

L'Avana. 29 ottobre 2004

In America Latina i poveri scommettono sulla sinistra
Il 31 ottobre milioni di latinoamericani si recheranno alle urne in Uruguay, Brasile e Venezuela, per quella che è considerata fin d’ora una votazione storica a favore del cambiamento socio-economico

LIDICE VALENZUELA (speciale per Granma Internacional)

Domenica prossima milioni di persone si recheranno alle urne in Uruguay per eleggere il nuovo presidente del paese; in Venezuela per scegliere governatori e sindaci; in Brasile, dove si svolgerà il secondo turno delle elezioni municipali, per eleggere sindaci e consiglieri di 44 città, alcune delle quali di grande importanza politica nazionale.

Gli analisti politici stanno prestando grande attenzione agli appuntamenti elettorali di questo fine mese che, secondo le previsioni, faranno pendere a sinistra la bilancia (cosa questa già notabile in Argentina, Brasile e Venezuela). Per l’Uruguay sarebbe la prima volta.

Quest’opzione non è casuale. Dopo la fine delle dittature militari negli anni Ottanta del secolo scorso, nell’impoverito continente latinoamericano si impose una nuova forma di dipendenza nei confronti degli USA: la politica economica neoliberista che, nonostante abbia già dimostrato il suo fallimento, è stata la tattica utilizzata per appropriarsi delle grandi ricchezze delle nazioni latinoamericane.

I lavoratori hanno subito sulla propria pelle le nefaste conseguenze di questo sistema economico, che ha impoverito anche la classe media di alcuni paesi ed ha decimato importanti economie nazionali, come quella della fino allora prospera Argentina.

Per le grandi masse impoverite la speranza ha cominciato a risorgere quando il presidente venezuelano Chavez, contrapponendosi agli interessi della potente imprenditoria privata e degli Stati Uniti, che hanno tentato l’impossibile per esautorarlo, ha intrapreso l’attuazione di un progetto socio-economico il cui fine principale è elevare il tenore di vita dei più poveri. E gli umili, nell’agosto scorso, gli hanno dato un sostegno totale quando hanno votato in massa per ratificarlo come loro Presidente e, in questo modo, confermare la loro fiducia nel progetto bolivariano in corso di attuazione.

La storia si ripete adesso in Uruguay. Gli ultimi sondaggi di opinione danno un significativo vantaggio nelle intenzioni di voto dell’elettorato uruguayano al leader del Frente Amplio Tabaré Vasquez, candidato alla presidenza per la coalizione Encuentro Progresista-Frente Amplio-Nueva Mayoria (EP-FA-NM).

Questa coalizione raggruppa una quindicina di organizzazioni e movimenti politici di sinistra ed appare, secondo gli istituti demoscopici, come la favorita nella corsa alla poltrona presidenziale, attraendo più del 50% delle intenzioni di voto. Se le previsioni saranno confermate Vazquez guadagnerà tranquillamente la presidenza al primo turno.

Al secondo posto è dato Jorge Larranaga, candidato del Partito Nazionale (tra il 28 ed il 30 per cento) ed al terzo Guillermo Stirling (10%), candidato del Partito Colorado.

Secondo la Costituzione uruguaiana diventa Presidente il candidato che ottenga almeno il 50% più uno dei voti.

Riconosciuto specialista in oncologia, il sessantaquattrenne Tabaré Vázquez, di umili origini, ha fatto irruzione nella politica uruguaiana negli anni Ottanta. Conosciuto come un politico onesto, nel 1990 portò la sinistra a governare per la prima volta Montevideo, il maggior ente locale del paese per popolazione ed economia.

Già nel 1994 e nel 1999 fu candidato alla presidenza, ma in entrambe le occasioni fu sconfitto per un ristretto margine di voti dai partiti tradizionali.

L’Uruguay ha sofferto tra la fine del 1998 e la metà del 2003 la recessione economica più lunga della sua storia. Nel 2002 ha vissuto una crisi bancaria, una cambiaria ed una del debito pubblico e privato. In quel periodo la povertà ha colpito il 31% della popolazione ed ha causato al paese una situazione alla quale non era abituato.

Tabaré Vázquez ha presentato un programma di governo che da la priorità, in consonanza con l’attuale situazione economica, al miglioramento delle condizioni di vita dei settori sociali più disagiati. Come ha detto durante la sua campagna, su tre milioni di uruguayani,un milione sono poveri e centomila indigenti.

“Gli uruguaiani si aspettano risposte all’insufficienza dei salari, alla disoccupazione, alla povertà, all’incertezza del futuro per i giovani, che li porta ad abbandonare il paese, tutti problemi che persisteranno se non vince la nostra forza politica.”

Intanto in Brasile domenica prossima si svolgeranno le elezioni muncipali che, nel primo turno effettuatosi lo scorso 3 ottobre hanno dato la vittoria al Partito dei Lavoratori (PT), di governo, prima per numero di voti (16,3 milioni, cioè il 37% più che nel 2000) tra le 27 organizzazioni politiche confrontatesi nella battaglia per i più di 5 000 comuni e migliaia di seggi delle assemblee territoriali.

Secondo il quotidiano O Globo, il PT vincerà in 8 delle 44 città dove si terrà il secondo turno ed in altre 6 il suo principale rivale, il Partito della Social Democrazia Brasiliana (PSDB), dell’ex presidente Fernando Henrique Cardoso.

La più importante in gioco adesso è la città di Sao Paulo, la più influente città del paese per il suo peso economico e i suoi 7,7 milioni di votanti nelle quali il PT, rappresentato in queste elezioni dalla sindaco Marta Suplicy, cederà probabilmente la carica a Jose Serra, uno degli uomini forti del PSDB che ha attualmente un vantaggio di 14 punti percentuali.

 Se perdesse il comune di Sao Paulo, il PT subirebbe un’importante sconfitta, perchè questa città è una delle colonne della politica brasiliana e, perdendola, dovrebbe lavorare fortemente per vincere le elezioni statali nel 2006. Lo stato di Sao Paulo, con quasi 20 milioni di abitanti, è governato dal social-democratico Geraldo Alckiman, possibile candidato alla Presidenza tra due anni.

Qualunque sia il risultato a Sao Paulo il PT, due anni dopo aver vinto le elezioni presidenziali, ha raddoppiato il numero di comuni sotto il suo controllo e ha ricevuto il sostegno massiccio della popolazione, specialmente dei settori più umili.

Il PT ha candidati a sindaco in 24 dei 44 comuni con più di 200 000 abitanti dove gli elettori andranno alle urne per il secondo turno. Il PSDB ne ha 20.

In Venezuela domenica prossima si svolegeranno elezioni regionali che, stando agli esperti, daranno la vittoria al governo del presidente Hugo Chavez, dopo la schiacciante sconfitta subita dall’opposizione lo scorso 15 agosto nel referendum nazionale, attraverso il quale aveva tentato inutilmente di abbattere il governo bolivariano.

Queste elezioni decideranno chi controllerà 22 governatorati di stato e 335 amministrazioni municipali. Attualmente il Movimento V Repubblica governa 15 dei 22 stati e il 70% dei comuni.

Lunedì è stato reso noto che sono più di 8 000 i candidati a governatori, sindaci, legislatori e assessori comunali che parteciperanno  alle elezioni regionali del Venezuela, in rappresentanza di dozzine di partiti e gruppi politici.

In uno degli ultimi tentativi, forse già convinta della sua sconfitta, l’opposizione venezuelana  ha cercato di attuare la cosiddetta “strategia delle rinunce” cioè ritirare le sue candidature, presentando tra gli altri pretesti una presunta mancanza di garanzie.

Tuttavia, solo una trentina di aspiranti a cariche nelle liste  dell’opposizione hanno rinunciato alle loro aspirazioni. Tra di loro il criticato e antibolivariano Alfredo Peña, attuale Sindaco Maggiore di Caracas.

Nell’opinione dei vicepresidente veenzuelano José Vicente Rangel, l’opposizione subirà una sconfitta monumentale ed emblematica perché manca di una politica coerente e ha tenuto un comportamento poco etico nei confronti della società, come lo scaltro e fallito colpo di Stato contro Chavez dell’11 aprile 2003, abortito in meno di 48 ore per la volontà popolare e per il negativo sciopero petroliere.

Affinché non si metta in dubbio che i poveri dell’America Latina scommettono sulla sinistra e sugli sperati miglioramenti che porteranno alle loro vite i progetti sociali che la sinistra difende, il prossimo 9 dicembre, quando si festeggerà il 180º anniversario della Battaglia di Ayacucho, si svolgerà un vertice dei leaders sudamericani. Questo viene qualificato come un passo fondamentale nell’integrazione regionale davanti agli arbitrari piani del capitalismo.

E’ molto probabile che a Cuzco (Perù) sede dell’appuntamento, venga firmato il primo verbale dell’Unione Sudamericana che concretizzandosi costituirà un blocco di 17,2 milioni di Km quadrati composto da 10 nazioni e da una popolazione di 336 milioni di abitanti.
 

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