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In America
Latina i
poveri scommettono sulla sinistra
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Il 31 ottobre milioni di latinoamericani si
recheranno alle urne in Uruguay, Brasile e
Venezuela, per quella che è considerata fin d’ora
una votazione storica a favore del cambiamento
socio-economico
LIDICE VALENZUELA (speciale per
Granma Internacional)
Domenica
prossima milioni di persone si recheranno alle urne
in Uruguay per eleggere il nuovo presidente del
paese; in Venezuela per scegliere governatori e
sindaci; in Brasile, dove si svolgerà il secondo
turno delle elezioni municipali, per eleggere
sindaci e consiglieri di 44 città, alcune delle
quali di grande importanza politica nazionale.
Gli
analisti politici stanno prestando grande attenzione
agli appuntamenti elettorali di questo fine mese
che, secondo le previsioni, faranno pendere a
sinistra la bilancia (cosa questa già notabile in
Argentina, Brasile e Venezuela). Per l’Uruguay
sarebbe la prima volta.
Quest’opzione non è casuale. Dopo la fine delle
dittature militari negli anni Ottanta del secolo
scorso, nell’impoverito continente latinoamericano
si impose una nuova forma di dipendenza nei
confronti degli USA: la politica economica
neoliberista che, nonostante abbia già dimostrato il
suo fallimento, è stata la tattica utilizzata per
appropriarsi delle grandi ricchezze delle nazioni
latinoamericane.
I
lavoratori hanno subito sulla propria pelle le
nefaste conseguenze di questo sistema economico, che
ha impoverito anche la classe media di alcuni paesi
ed ha decimato importanti economie nazionali, come
quella della fino allora prospera Argentina.
Per le
grandi masse impoverite la speranza ha cominciato a
risorgere quando il presidente venezuelano Chavez,
contrapponendosi agli interessi della potente
imprenditoria privata e degli Stati Uniti, che hanno
tentato l’impossibile per esautorarlo, ha intrapreso
l’attuazione di un progetto socio-economico il cui
fine principale è elevare il tenore di vita dei più
poveri. E gli umili, nell’agosto scorso, gli hanno
dato un sostegno totale quando hanno votato in massa
per ratificarlo come loro Presidente e, in questo
modo, confermare la loro fiducia nel progetto
bolivariano in corso di attuazione.
La storia
si ripete adesso in Uruguay. Gli ultimi sondaggi di
opinione danno un significativo vantaggio nelle
intenzioni di voto dell’elettorato uruguayano al
leader del Frente Amplio Tabaré Vasquez, candidato
alla presidenza per la coalizione Encuentro
Progresista-Frente Amplio-Nueva Mayoria (EP-FA-NM).
Questa
coalizione raggruppa una quindicina di
organizzazioni e movimenti politici di sinistra ed
appare, secondo gli istituti demoscopici, come la
favorita nella corsa alla poltrona presidenziale,
attraendo più del 50% delle intenzioni di voto. Se
le previsioni saranno confermate Vazquez guadagnerà
tranquillamente la presidenza al primo turno.
Al secondo
posto è dato Jorge Larranaga, candidato del Partito
Nazionale (tra il 28 ed il 30 per cento) ed al terzo
Guillermo Stirling (10%), candidato del Partito
Colorado.
Secondo la
Costituzione uruguaiana diventa Presidente il
candidato che ottenga almeno il 50% più uno dei
voti.
Riconosciuto specialista in oncologia, il
sessantaquattrenne Tabaré Vázquez, di umili origini,
ha fatto irruzione nella politica uruguaiana negli
anni Ottanta. Conosciuto come un politico onesto,
nel 1990 portò la sinistra a governare per la prima
volta Montevideo, il maggior ente locale del paese
per popolazione ed economia.
Già nel
1994 e nel 1999 fu candidato alla presidenza, ma in
entrambe le occasioni fu sconfitto per un ristretto
margine di voti dai partiti tradizionali.
L’Uruguay
ha sofferto tra la fine del 1998 e la metà del 2003
la recessione economica più lunga della sua storia.
Nel 2002 ha vissuto una crisi bancaria, una
cambiaria ed una del debito pubblico e privato. In
quel periodo la povertà ha colpito il 31% della
popolazione ed ha causato al paese una situazione
alla quale non era abituato.
Tabaré
Vázquez ha presentato un programma di governo che da
la priorità, in consonanza con l’attuale situazione
economica, al miglioramento delle condizioni di vita
dei settori sociali più disagiati. Come ha detto
durante la sua campagna, su tre milioni di
uruguayani,un milione sono poveri e centomila
indigenti.
“Gli
uruguaiani si aspettano risposte all’insufficienza
dei salari, alla disoccupazione, alla povertà,
all’incertezza del futuro per i giovani, che li
porta ad abbandonare il paese, tutti problemi che
persisteranno se non vince la nostra forza
politica.”
Intanto in Brasile domenica prossima si svolgeranno
le elezioni muncipali che, nel primo turno
effettuatosi lo scorso 3 ottobre hanno dato la
vittoria al Partito dei Lavoratori (PT), di governo,
prima per numero di voti (16,3 milioni, cioè il 37%
più che nel 2000) tra le 27 organizzazioni politiche
confrontatesi nella battaglia per i più di 5 000
comuni e migliaia di seggi delle assemblee
territoriali.
Secondo il quotidiano O Globo, il PT vincerà in 8
delle 44 città dove si terrà il secondo turno ed in
altre 6 il suo principale rivale, il Partito della
Social Democrazia Brasiliana (PSDB), dell’ex
presidente Fernando Henrique Cardoso.
La più importante in gioco adesso è la città di Sao
Paulo, la più influente città del paese per il suo
peso economico e i suoi 7,7 milioni di votanti nelle
quali il PT, rappresentato in queste elezioni dalla
sindaco Marta Suplicy, cederà probabilmente la
carica a Jose Serra, uno degli uomini forti del PSDB
che ha attualmente un vantaggio di 14 punti
percentuali.
Se perdesse il comune di Sao Paulo, il PT subirebbe
un’importante sconfitta, perchè questa città è una
delle colonne della politica brasiliana e,
perdendola, dovrebbe lavorare fortemente per vincere
le elezioni statali nel 2006. Lo stato di Sao Paulo,
con quasi 20 milioni di abitanti, è governato dal
social-democratico Geraldo Alckiman, possibile
candidato alla Presidenza tra due anni.
Qualunque sia il risultato a Sao Paulo il PT, due
anni dopo aver vinto le elezioni presidenziali, ha
raddoppiato il numero di comuni sotto il suo
controllo e ha ricevuto il sostegno massiccio della
popolazione, specialmente dei settori più umili.
Il PT ha candidati a sindaco in 24 dei 44 comuni con
più di 200 000 abitanti dove gli elettori andranno
alle urne per il secondo turno. Il PSDB ne ha 20.
In Venezuela domenica prossima si svolegeranno
elezioni regionali che, stando agli esperti, daranno
la vittoria al governo del presidente Hugo Chavez,
dopo la schiacciante sconfitta subita
dall’opposizione lo scorso 15 agosto nel referendum
nazionale, attraverso il quale aveva tentato
inutilmente di abbattere il governo bolivariano.
Queste elezioni decideranno chi controllerà 22
governatorati di stato e 335 amministrazioni
municipali. Attualmente il Movimento V Repubblica
governa 15 dei 22 stati e il 70% dei comuni.
Lunedì è stato reso noto che sono più di 8 000 i
candidati a governatori, sindaci, legislatori e
assessori comunali che parteciperanno alle elezioni
regionali del Venezuela, in rappresentanza di
dozzine di partiti e gruppi politici.
In uno degli ultimi tentativi, forse già convinta
della sua sconfitta, l’opposizione venezuelana ha
cercato di attuare la cosiddetta “strategia delle
rinunce” cioè ritirare le sue candidature,
presentando tra gli altri pretesti una presunta
mancanza di garanzie.
Tuttavia, solo una trentina di aspiranti a cariche
nelle liste dell’opposizione hanno rinunciato alle
loro aspirazioni. Tra di loro il criticato e
antibolivariano Alfredo Peña,
attuale Sindaco Maggiore di Caracas.
Nell’opinione dei vicepresidente veenzuelano José
Vicente Rangel, l’opposizione subirà una sconfitta
monumentale ed emblematica perché manca di una
politica coerente e ha tenuto un comportamento poco
etico nei confronti della società, come lo scaltro e
fallito colpo di Stato contro Chavez dell’11 aprile
2003, abortito in meno di 48 ore per la volontà
popolare e per il negativo sciopero petroliere.
Affinché non si metta in dubbio che i poveri
dell’America Latina scommettono sulla sinistra e
sugli sperati miglioramenti che porteranno alle loro
vite i progetti sociali che la sinistra difende, il
prossimo 9 dicembre, quando si festeggerà il 180º
anniversario della Battaglia di Ayacucho, si
svolgerà un vertice dei leaders sudamericani. Questo
viene qualificato come un passo fondamentale
nell’integrazione regionale davanti agli arbitrari
piani del capitalismo.
E’ molto probabile che a Cuzco (Perù) sede
dell’appuntamento, venga firmato il primo verbale
dell’Unione Sudamericana che concretizzandosi
costituirà un blocco di 17,2 milioni di Km quadrati
composto da 10 nazioni e da una popolazione di 336
milioni di abitanti.
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