Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5 

     

C u b a

                                    L'Avana. 9 Ottobre 2014

 

Il riposo del Che

Pochi conoscono il nome dell’ufficiale dell’esercito boliviano che l’8 ottobre del 1967, in un piccolo letto di fiume delle Ande chiamato Quebrada del Yuro, catturò in combattimento il Che, ferito a una gamba e con il fucile distrutto.

A nessuno interessarono i nomi dei soldati che lo fecero prigioniero.

Non è comune nemmeno ricordare chi fu il gendarme ubriaco che eseguì l’orrendo crimine nella piccola scuola di La Higuera, la mattina seguente.

I popoli li vogliono ignorare. Condannati nel limbo dell’oblio, quei creatori di vittime  sopravvissuti si dibattono tra la frustrazione e i pentimenti che detta loro coscienza di omicidi, di governati con distanti telegrafi.

Senza dubbio l’opinione pubblica internazionale suppone o almeno immagina giustamente le motivazioni di coloro che diedero l’ordine d’assassinare colui che in tante occasioni, sin dai giorni della Sierra Maestra e non solo perchè  era un medico, aveva sempre protetto la vita dei suoi prigionieri.

La maggior parte della popolazione del mondo con un minimo d’informazione politica sa chi fu il Che.

Alcuni pongono in dubbio la sua origine argentina, forse perchè per tradizione si pensa che gli argentini non si sentono molto identificati con la sorte degli altri popoli latino americani, almeno sino al momento in cui reclamarono solidarietà per lo scoppio della guerra nelle Malvine.

Oggi giunge la notizia che i resti mortali del Che, definitivamente identificati, riposeranno nel monumento che perpetua la sua memoria a Santa Clara, nel centro di quella Cuba che ha tanto amato.

Una mattina di dicembre del 1958 la popolazione di Santa Clara lo aspettava, ansiosa di conoscere il leggendario guerrigliero che nella sua campagna verso Las Villas aveva salvato tanti villaggi dall’atrocità dell’esercito di Batista e che con la sua abituale tenerezza aveva anche liberato molti contadini dal dolore di molari malati o da altri problemi propri d’una popolazione che non aveva la minima  assistenza sanitaria.

Il Che divenne un mito vivente per quella popolazione delle montagne di Cuba. Miracolosamente in quelle zone abbandonate l’apparizione di un medico, che inoltre era argentino, acquistò un altro valore sin dal primo momento. Quel medico eroico dimostrò che più che per curare i problemi individuali, veniva a lottare per i loro diritti e a rivendicare la loro dignità umana.

Non ci furono barriere di nazionalità tra quei contadini e i combattenti per accogliere chi, reciprocamente, avrebbe posto l’amore come sola condizione per affrontare la soldataglia del dittatore, che bruciava le case, violava le figlie, assassinava le famiglie. Per tutto questo le lacrime sgorgarono e scivolarono sui volti degli abitanti di quella base della guerriglia, a El Hombrito, quando seppero che il Che era stato ferito durante uno dei primi combattimenti sulla Sierra Maestra.

Per i cubani, come per tutti gli altri popoli latino americani, dal tempo delle guerre d’indipendenza, è  stato frequente che altri uomini, nati in altre città della Patria Grande Bolivariana fossero poi disposti a combattere per la liberazione di paesi diversi del grande continente.

Nel secolo scorso un dominicano, Maximo Gómez, comandò le truppe di mambises contro l’esercito spagnolo e molti latino americani combatterono nelle campagne di Cuba.

Nulla di nuovo quindi se un argentino, assieme a a un messicano, un dominicano e un italiano erano a lato di Fidel nella spedizione del Granma, per lottare contro la tiranna di Batista, nel dicembre del 1956.

Inizialmente i compagni di lotta lo battezzarono Che per l’uso frequente di questo intercalare tra gli argentini.

Lui accolse questo nomignolo come simbolo d’affetto degli amici e del popolo del quale cominciò rapidamente a sentirsi parte. Seppe anche tenere le distanze necessarie per farsi chiamare Comandante e Dottor Guevara, trattando con personaggi che non considerava degni di un’intimità che permetteva a quel popolo che l’aveva accolto come figlio naturale e che poi gli assegnò l’esclusiva condizione - con Maximo Gómez - di cubano per diritto di nascita.

Nella sua lettera di saluto a Fidel, il Che scrisse che si sarebbe sempre comportato come tale, quando prese la decisione d’andare a combattere nelle selve del Congo, per l’autodeterminazione dei popoli africani. Egli si considerava cubano e argentino, in generale gli piaceva considerarsi latino americano e soprattutto un uomo, nel senso più pieno della parola. L’uomo, la cui più alta condizione è essere rivoluzionario.

Il Che sosteneva che questo è l’anello più alto per la specie umana, che implica sentire come propria una giustizia commessa contro qualsiasi essere umano, in qualsiasi luogo del mondo e di rallegrarsi quando, in qualsiasi luogo del mondo si alza una bandiera di lotta per la dignità dell’uomo.

(Dal libro “Il ritorno” di Roberto Orihuela Aldama e Aldo Isidrón del Valle / Editrice Capitan San Luis - Traduzione Gioia Minuti)

Per questi motivi, tra l’altro, il Che fu scomunicato da coloro che  avevano fatto del marxisimo e specialmente di una certa interpretazione marxista- leninista, una nuova chiesa pseudo rivoluzionaria distante dal genuino internazionalismo che la lotta contro il capitalismo e per il socialismo ha sempre richiesto.

La visione internazionalista del Che sulla lotta rivoluzionaria e sulla costruzione del socialismo si articolava perfettamente con la politica internazionale della Rivoluzione Cubana, che si è mantenuta vigente anche dopo la sua morte, nella continuità dell’appoggio in maniere differenti ai vari progetti rivoluzionari in America Latina, come in Africa e nel sud-est asiatico.

Il comportamento  e il pensiero del Che sintetizzano come paradigmi quelli di tutta una generazione di cubani e  combattenti di altre parti del mondo che avevano consolidato un coscienza rivoluzionaria internazionalista, che avevano avuto precedenti importanti come la guerra civile spagnola o la lotta contro il fascismo, durante la seconda guerra mondiale.

L’atteggiamento internazionalista del Che non lo si poteva considerare un fenomeno nuovo o straordinario nella lotta rivoluzionaria del XXº secolo; era l’atteggiamento conseguente e autentico che richiedevano le note circostanze rivoluzionarie dei convulsi anni ’60.

Trentanni dopo la  scomparsa del Che il mondo è cambiato molto, in un certo senso, ma nello stesso tempo non è cambiato. La storia ha dato a quanto pare la ragione al Che su quello che sarebbe stato il destino di quei paesi che saggiavano su cammini inadeguati la costruzione del socialismo, non volendo riconoscere i suggerimenti di Gramsci, che sosteneva che la gestazione del socialismo necessitava prima di tutto la creazione di una nuova cultura e la concezione del Che quando si riferisce alla necessità di un cambiamento ideologico sostanziale per formare un essere umano diverso e superiore a quello formato dalla società borghese.

Attualmente il capitalismo è diventato più forte e per questa ragione ha potuto operare meglio, senza facciate di umanesimo, ha svelato la sua essenza misantropica che concepisce l’uomo molto più vicino al regno animale che a un altro ordine sociale superiore, che l’uomo stesso dovrà costruire per il proprio perfezionamento e per la propria dignità.

La Rivoluzione cubana che il Che contribuì a portare alla vittoria s’è mantenuta nonostante le previsioni infauste e attualmente si sta spazzolando la polvere che le cadde addosso, come a tutti i movimenti rivoluzionari di ogni parte del mondo, quando cadde il muro di Berlino e continua la sua marcia, nonostante il blocco economico, commerciale e finanziario, errori interni rettificati a tempo ed altri errori da rimediare.

Nel centro di quest’Isola irriducibile, a Santa Clara che lo accolse come il suo liberatore, riposeranno i resti mortali del Che, dell’instancabile combattente, di questo simbolo del meglio, dell’uomo del futuro che è e continuerà ad essere il Che più che mai.  La sua morte gli ha ridato vita e lo ha reso immortale.

Alcuni lo visiteranno con la curiosità dei turisti, ma molti di tanti paesi del mondo troveranno in lui l’ispirazione per continuare la propria lotta. E non mancheranno coloro che si avvicineranno con fervore religioso a toccare la cripta di San Ernesto de la Higuera. Il popolo cubano continuerà a ricordarlo studiandolo e facendolo rinascere in bambini e giovani, come si fa anche  con Martí, convinti che questi Eroi non riposeranno mai.
 

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